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I Paesi arabi

ROMA - Nei paesi arabi del Medio Oriente e del Nord Africa, la sfida per la Chiesa cattolica è sopratutto quella della pura e semplice sopravvivenza, a fronte di una ormai pluridecennale radicalizzazione islamista della società e della cultura.
Quasi ovunque, le comunità fedeli a Roma sono ridotte ai minimi termini, minoranze quasi insignificanti. Quattro mila cattolici in Algeria, su una popolazione di oltre 32 milioni di persone; 289 mila in Egitto su oltre 70 milioni di abitanti (ma qui vivono anche 6 milioni di cristiani copti organizzati nella loro chiesa autonoma); 68 mila in Giordania su oltre 5 milioni; 349 mila in Siria su più di 17 milioni; 307 mila in Iraq su 24 milioni; 110 mila in Palestina, dove ai pericoli del fondamentalismo islamico si aggiunge la durezza dell'occupazione israeliana. La posizione delle comunità cattoliche in tutta la regione è quanto mai delicata, se non talvolta insostenibile: sono di etnia araba e sentono profondamente i loro legami culturali con i compatrioti musulmani, ma , allo stesso tempo, i loro correligionari vivono nell'Occidente, avvertito dai più come il «nemico». Giovanni Paolo II, nel suo lungo pontificato, ha voluto smarcare la Chiesa Cattolica dall'identificazione con gli interessi dell'Ovest, e sopratutto statunitensi, proprio per difendere le piccole comunità del vicino oriente. Rimarrà un dovere imprescindibile anche per Papa Ratzinger.
LIBANO - L'unica eccezione nel quadro cupo è costituita dal Libano, dove vivono un milione 800 mila maroniti -cattolici - su una popolazione di quattro milioni di abitanti (escludendo il milione di profughi palestinesi). Il Paese dei cedri è riuscito a preservare in due mila anni, nonostante alterne vicende storiche, una forte identità cristiana. Qui, nel quarto secolo, la predicazione di San Marone aveva dato vita ad una comunità - la chiesa maronita che, dopo la conquista araba, seppe resistere all'islamizzazione e divenne alleata dei crociati, dichiarandosi, nel 1182, in unione con Roma.
Gli ultimi decenni, con la guerra civile e l'occupazione siriana non sono stati facili per i cristiani libanesi. «Il Libano - spiega all'Ansa il patriarca Nasrallah Pierre Sfeir - è stato a lungo un Paese privato del diritto di prendere decisioni». Le pressioni siriane hanno costretto «centinaia di migliaia di giovani all'emigrazione», aggiunge. Nell'agosto 2002, il patriarca si recò sul monte Chouf per consacrare l'alleanza politica tra cristiani e drusi di Jumblatt, l'asse che ha portato alla rivolta anti-siriana di questi giorni. Al futuro assetto politico del Paese è legato il destino dei maroniti,una comunità particolarmente a cuore della Santa Sede.
Non sempre nel Medio Oriente, il Libano è stata un'isola assediata e le comunità cristiane hanno vissuto in emarginazione. Tutt'altro. L'Occidente spesso dimentica che proprio queste terre del levante mediterraneo furono, fino al sesto secolo, la culla e la roccaforte del cristianesimo. Dal Nord Africa vennero Sant'Agostino e altri grandi della patristica latina, così come diversi papi delle prima era cristiana. L'invasione araba nel settimo secolo innescò un processo di islamizzazione (e di arabizzazione) che ridusse i cristiani ad una realtà sempre più minoritaria. Fu tuttavia una trasformazione più lenta e complessa di quanto si immagini. Protetti come «popolo del libro», i cristiani trovarono un posto subordinato ma legalizzato all'interno del califfato e degli stati musulmani che seguirono.
I «latini», ovvero i cattolici romani, cercarono, dopo lo scisma con Bisanzio nel 1054, di reimpadronirsi del Medio Oriente nel modo peggiore possibile: con le crociate. Furono identificati, non solo dai musulmani e dagli ebrei, ma anche dai cristiani orientali, con gli eserciti che, nei due secoli di dominio, si macchiarono di terribili massacri.
Il secondo «sbarco» della Chiesa di Roma nel Levante fu più fortunato: grazie ai buoni rapporti tra Francia e impero Ottomano, il Vaticano potè aprire missioni, scuole e ospedali e radicarsi tra la gente. Nell'ottocento, i cattolici del mondo arabo svolsero un ruolo privilegiato di tramite tra occidentali e mondo islamico, anche portando nella regione le ideologie laiche e i valori dell'Europa del tempo. Furono proprio loro, a cavallo del XX secolo, a introdurre nella regione il concetto di «nazione» e si trovarono a guidare i movimenti di indipendenza nazionali in Siria, in Iraq, in Palestina. Fecero parte delle leadership politiche. Poi la marea del fondamentalismo arabo, li ha ridotti, quasi ovunque, all'invisibilità.
Elisa Pinna

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