Venerdì 14 Dicembre 2018 | 20:59

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Dalla «devolution» alla «revolution»

Tra i motivi che hanno portato al trionfo del centrosinistra alle elezioni regionali, c'è il messaggio implicito degli italiani sulla devolution, che l'area del Centro-Sud del Paese vorrebbe fermare. «Vox populi», probabilmente, che il premier ha contestato sostenendo che il decentramento andrà, al contrario, a favore delle aree meridionali. Il punto, però, è che politicamente gli alleati sono in disaccordo, non soltanto perché vogliono liberarsi dei "ricatti" della Lega, ma proprio perché vorrebbero frenare l'iter parlamentare della riforma costituzionale, soprattutto dopo l'ecatombe del 3 e 4 aprile.

Del resto, il voto ha rappresentato una verifica, ma l'atteggiamento in aula è stato emblematico se il ministro delle Riforme Calderoli ha dovuto minacciare le dimissioni per richiamare al "dovere" i senatori, in modo che il 23 marzo si raggiungesse il numero legale per l'approvazione del disegno di legge che dovrà (dovrebbe?) ora essere di nuovo esaminato da Camera e Senato per la seconda deliberazione.

A consultazioni elettorali concluse, An e Udc sono uscite allo scoperto, almeno nelle stanze chiuse in cui si confrontano i partiti della maggioranza. Del resto, non sono state smentite dagli interessati le indiscrezioni giornalistiche circa la richiesta di elezioni anticipate, passo quasi obbligato dopo aver verificato sia che il leader di Forza Italia non intende rompere l'asse con Bossi sia che ritiene (ufficialmente convinto) di dover continuare la legislatura sulla falsariga del programma presentato agli italiani, la maggioranza dei quali ha però mostrato di non gradire (più).

Stabilito il dissenso (il cambiamento di rotta nei mesi che separano alle politiche per FI e Lega sarebbe un suicidio, mentre per An e Udc la sconfitta arriverebbe inevitabile col mantenimento dello status quo), resta dunque da stabilire se sia possibile ricucire lo strappo. Devolution a parte, sull'opportunità di rinviare le modifiche delle regole elettorali e di quelle sulla par condicio, pare possa esserci convergenza. Ma se, ad esempio, il ministro del Welfare Maroni (Lega) propone di trasferire le risorse previste per l'ulteriore taglio delle tasse (12 miliardi di euro) tra i "costi" per cancellare l'Irap, il collega Alemanno (An), titolare del ministero delle Politiche Agricole sostiene addirittura che «la strada maestra sarebbe quella di una riduzione dell'Iva».

La partita è apertissima e non sarà affatto uno spettacolo. La tattica prevarrà sulla tecnica e non è detto che vinca chi segni per primo. Tanto più che la stagione è compromessa. Sarà difficile uscire dalla ragnatela, se non con un guizzo da fuoriclasse, anche perché nessuno può ragionevolmente pensare di giocare di azzardo. La Casa delle Libertà potrebbe decidere di resistere, accettando ancora dolorosi compromessi, ma rischiando di andare comunque alla scissione dopo le politiche, tranne un ribaltamento che adesso appare quasi impossibile (Berlusconi, beato lui, ne è invece sicuro). Oppure andare subito al redde rationem.

Per l' "asse del Nord" la resa dei conti è assolutamente da evitare, pena una spaccatura che consegnerebbe l'Italia al centrosinistra, ma una scelta da parte di Forza Italia appare inevitabile, né è pensabile che Berlusconi possa preferire il 5 per cento (più o meno) della Lega alla somma delle percentuali messe insieme da An e Udc. A voler essere maligni (come diceva qualcuno, a volte ci si azzecca), Berlusconi non vuole assolutamente perdere la faccia (oltre che nei confronti degli italiani, con cui ha fatto un contratto) nei confronti del Carroccio, lasciando a Fini e Follini la responsabilità delle elezioni anticipate.

Il nocciolo della questione, però, è che gli equilibri non si misurano sommando i fattori algebricamente (vedi l'Unione, che per ora riesce a inglobare, e non ad aggiungere, Rifondazione comunista) né puntando a spostare quattro o cinque punti percentuali con due o tre iniziative di governo. Se la politica è una cosa seria, la scelta deve essere di fondo, anche se potrebbe consegnare in anticipo all'opposizione la prossima legislatura (rischio che c'è comunque). Per poi proseguire eventualmente a riemergere dalle ceneri (ri)costruendo una coalizione che guardi all'interesse generale del Paese. Come direbbe Berlusconi, è anche (anzi, soprattutto) una questione di immagine (anzi, di principio).

G. Flavio Campanella

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