Martedì 11 Dicembre 2018 | 05:16

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La scommessa della moderazione

Se ci fosse dietro uno stratega, avrebbe completato un disegno politico geniale. Nel trionfo del centrosinistra, il caso Puglia ha finito per compattare ulteriormente l'Unione, al di là del risultato, cioè dell'aver strappato Regioni agli antagonisti e dell'aver posto le premesse per succedere al centrodestra nelle prossime elezioni politiche. La portata dell'esito elettorale riporta l'asse dell'attuale opposizione di governo verso il centro. Se l'intesa Prodi-Bertinotti e, ancor più, la vittoria delle primarie aveva posto la questione del peso della sinistra estrema all'interno della coalizione, preoccupando i moderati, il successo di Vendola (di enorme rilievo, nonostante, a scrutini conclusi, si sia rivelato risicato) ha sdoganato definitivamente il partito di Bertinotti, che ora ha il riconoscimento trasversale di base per essere partito di governo.

A cambiarne la storia è il voto degli elettori di Ds, Margherita e Sdi, soprattutto di quella percentuale che Fitto ambiva a far confluire nella sua lista per la Puglia. Quesito: ha prevalso la volontà di togliere il governatorato regionale al presidente uscente oppure si è trattato di una scelta di fondo? Le due ipotesi, in realtà, convergono. Valida la prima, ancor più fondata la seconda in una corpo politicamente preparato (vogliamo negarlo?), che è un movimento organico, che si riconosce nei partiti e non, come avviene nella controparte, in Silvio Berlusconi (direttamente o indirettamente) attraverso candidati a volte improponibili, perché riciclati dalla Prima Repubblica, perché esponenti dell'imprenditoria rampante musical-chic o eredi di protagonisti del clientelismo. La responsabilità è anche di Fitto, che però non avrebbe meritato uno smacco così duro.

Dunque, va rimarcato che se il responso nazionale ha premiato l'Unione, in Puglia ha accreditato direttamente un esponente di Rifondazione comunista, che si ritrova in prima fila al governo di una Regione di un Paese democratico e capitalista, tanto da dover aprire una discussione interna al partito che ora non può essere liquidata (visto peraltro che l'intesa non è più un patto di desistenza) con l'atteggiamento di un segretario che rifugge da un ruolo diretto, come può essere quello di ministro di un eventuale Governo. Infatti, il Fausto già si affretta a dichiarare che la sua sarebbe una scelta «personale» (quindi non politica).

Il futuro dell'Unione, ora più che mai, è nelle mani di Bertinotti, che però non potrà più di fatto cavalcare gli estremismi (perché ci sarebbe un'evidente contraddizione). Ma deve agire con la moderazione che impone una coalizione di governo (vedi Puglia) dovendo così porre le basi per una discussione che porti a una ridefinizione di Rifondazione comunista, pena lo spettro di una futura crisi e di un'uscita dalla coalizione (Vendola sarebbe pronto a dimettersi?), che riproporrebbe scenari già visti. La strada, però, sembra tracciata. Fossimo in Prodi, saremmo ottimisti.

G. Flavio Campanella

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