Sabato 15 Dicembre 2018 | 03:39

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Ora la destra si deve rimboccare le maniche

L'esito delle elezioni regionali è talmente schiacciante, in favore del centrosinistra, da meritare cautela. Il congruo spostamento di voti, che ha determinato l'acquisizione da parte dell'Unione della quasi totalità delle Regioni italiane (fanno eccezione la Lombardia, il Veneto e la Sicilia e il Molise, già in quota centrodestra) premia l'intesa tra riformisti e la cosiddetta sinistra radicale, ma non sancisce automaticamente l'accettazione degli elettori di un programma di governo alternativo, che di fatto ancora non c'è, ma di un progetto politico che ha dimostrato di avere fermenti costituenti di ampio respiro e largamente condivisi.

Al contrario dei sussurri leghisti, che, da circoscritti territorialmente, finiscono per diventare urla assordanti per la maggioranza, tutt'altro che sorda e costretta a sentirli, le voci di Puglia confermano una tendenza: la partecipazione popolare, la forma di democrazia introdotta dalle primarie può sconvolgere una competizione permettendo a Vendola di battere Boccia trainandolo fino al disarcionamento di Fitto, il candidato del centrodestra, eletto nel 2000 col 59 per cento delle preferenze, la cui gestione nella legislatura merita perlomeno di essere apprezzata.

4 aprile 2005: fine della strategia (pseudo)ideologica in campagna elettorale, il cui destino era del resto fin troppo prevedibile, vista la percepibile nausea rispetto, ad esempio, all'uso, smodato e pretestuoso, del termine "comunista", ormai avviato ad avere contenuti definitivamente post-marxisti. Fini (ex Movimento Sociale) è stato il primo, guarda caso, a liquidare l'impostazione, implicitamente ammettendo un errore di comunicazione, e a entrare nel merito della sconfitta del centrodestra, individuando i risvolti politici della debacle e togliendo di mezzo l'alibi della responsabilità diretta dei governatori.
Può darsi, come ha anticipato il vice-presidente del Consiglio, che intervenire nella politica economica, riconquistando il ceto medio, sia il modo per recuperare consensi (e tentare di l'ascesa in vista delle politiche del 2006) in una nazione ormai a tinte rosso-arancioni (o arancioni-rosse, se vi pare).

La domanda, però, è: destinando risorse per la competitività (improcrastinabile), si può invertire la rotta senza mettere le mani al fisco, cioè senza modificare le aliquote, sulle quali, su pressione di Forza Italia, si è puntato come punto qualificante del programma del governo?
Di sicuro, il centrodestra non può più permettersi passi falsi, avendo la spada di Damocle di un indirizzo imposto dalle votazioni, che contempla anche una seria riflessione sulla riforma costituzionale e sulle modifiche delle regole elettorali, che l'opposizione (ma virtuale maggioranza) pretende siano, se non accantonate, almeno ridiscusse. Uscire dal vicolo cieco (sulla devolution la Lega è inflessibile) richiede coraggio, anche se il prezzo fosse una crisi di governo che porti alle elezioni anticipate. Tenere in piedi la legislatura con rimpasti, voti di fiducia e accordi separati, confidando nel senso di responsabilità (o nel timore) ora di una parte ora dell'altra degli alleati sarebbe (ammesso che fosse ancora possibile) l'anticamera del suicidio. Soprattutto ora che, con il crollo di Forza Italia, è legittimo mettere in discussione anche il ruolo di garante di Silvio Berlusconi, il quale farebbe bene a capire che davanti non ha più coloro che divorano i bambini, ma un signore distinto e ben vestito (quasi come lui) che ha fatto un patto con l'Ulivo e che, sotto sotto, rinuncerebbe anche all'abolizione della proprietà privata in cambio di un capitalismo solidale.
G. Flavio Campanella

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