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Il Conclave inizierà fra non meno di 15 e non più di 20 giorni e sarà il più affollato della storia

CITTÀ DEL VATICANO - L'«extra omnes», fuori tutti, sarà intimato dal Maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, mons. Pietro Marini, tra non meno di 15 giorni e non più di 20. Non ne è prevista una durata massima e non è necessario (ma non si prevedono novità) che l'annuncio del nuovo papa sia dato dalla tradizionale «fumata bianca». Di sicuro sarà il conclave più affollato della storia, che avrà il compito difficilissimo di scegliere il successore di Giovanni Paolo II, che è stato Papa per 26 anni 5 mesi e 17 giorni.
Ad essere eletto sarà il 265° vescovo di Roma che per questo sarà il Papa, cioè il Vicario di Gesù Cristo, il successore di San Pietro, il Sommo Pontefice della Chiesa cattolica, il patriarca dell'Occidente, il primate d'Italia, l'arcivescovo e metropolita della provincia ecclesiastica romana, il servo dei servi di Dio, il sovrano dello Stato della Città del Vaticano.
La scelta spetta ai 117 elettori, che sono i cardinali che, al momento della morte di Giovanni Paolo II, non hanno ancora compiuto gli 80 anni. Non erano mai stati così tanti: nei due conclavi successivi alla riforma di Paolo VI, che innalzò a 120 il loro numero, furono 111 nel conclave del 25 agosto 1978 (finora il più affollato della storia), che avrebbe eletto Giovanni Paolo I e lo stesso numero (mancava Luciani, ma venne Wright, ammalato ad agosto) in quello del 14 ottobre, dal quale uscì Giovanni Paolo II.
A differenza di allora, l'inizio del conclave non vedrà più i cardinali capi dei tre ordini (vescovi, preti e diaconi) percorrere il «recinto del Conclave», grosso modo il Palazzo apostolico, compreso il Cortile di San Damaso, suonando la campanella per ricordare l'extra omnes. Il «recinto» questa volta comprenderà anche la Casa di Santa Marta e i cardinali non saranno davvero «sotto chiave». Non ci dovrebbero così essere le «ruote» di metallo giallo che al cortile di San Damaso ed a quello del Pappagallo erano il contatto tra i conclavisti ed il mondo esterno.
Ma anche così, i cardinali non potranno avere contatti con l'esterno, né via telefono, né via radio. Non c'è un espresso divieto per Internet, ma sembra implicito, anche perché i cardinali elettori, «dovranno astenersi dal ricevere o inviare messaggi di qualsiasi genere al di fuori della Città del Vaticano, essendo fatto naturalmente divieto che questi abbiano come tramite qualche persona ivi legittimamente ammessa. In modo specifico è fatto divieto ai Cardinali elettori, per tutto il tempo della durata delle operazioni dell'elezione, di ricevere stampa quotidiana e periodica, di qualsiasi natura, così come di ascoltare trasmissioni radiofoniche o di vedere trasmissioni televisive».
In realtà nella "Casa di santa Marta", costruita in Vaticano alla fine degli anni '90, che per la prima volta sarà residenza degli elettori (ma le votazioni si faranno sempre nella cappella Sistina) oltre ai cardinali, saranno ammessi cerimonieri, confessori, due medici, infermieri, personale di servizio. Quanti saranno, ancora non si sa, ma non sono mai stati pochi: nei due conclavi del 1978 furono 80 e 88. Tra loro, questa volta ci saranno anche «persone di sicura fede e provata capacità tecnica» che accertino che né nella casa, né nella Sistina «siano subdolamente istallati mezzi audiovisivi di riproduzione e trasmissione all'esterno», cioè microspie o telecamere nascoste. E non sarà possibile neppure vedere una registrazione "ufficiale" di quanto accadrà in Conclave. È infatti proibito «assolutamente che, per qualunque pretesto, siano introdotti nei luoghi dove si svolgono le operazioni dell'elezione o, se già ci fossero, siano usati strumenti tecnici di qualunque genere, che servano a registrare, riprodurre e trasmettere voci, immagini o scritti».
La Casa di santa Marta, così farà parte del «recinto» del Conclave, allargato per decisione di Giovanni Paolo II che di conclavi aveva vissuto i due del 1978 per eleggere i successori di Paolo VI e Giovanni Paolo I. Ancora in quelle occasioni i cardinali, come accadeva da più di cinque secoli, dalla fine del '400, avevano avuto a disposizione solo le sale intorno alla cappella Sistina. E non c'erano stati grandi cambiamenti per i porporati, uomini per lo più avanti con gli anni, costretti nelle «celle» ricavate nelle antiche sale del 1400 e del 1500 del palazzo apostolico Vaticano. Alloggi di fortuna, scelti a sorte, spesso senza docce, né acqua corrente e neppure servizi igienici in camera, col vetusto pitale che, ogni mattina, ciascun giovane segretario dei porporati, detto «conclavista», doveva andare a svuotare. «Dopo il terzo giorno - commentò il cardinale di Genova, Giuseppe Siri - non se ne può più di vivere in queste condizioni. Magari si prende una sedia e la si fa Papa pur di uscire».
E non succederà più ciò che nel 1978 accadde al cardinale Suenens che, nella sua cella numero 88, si trovò davanti il cardinale Landazuri in accappatoio che gli chiedeva il permesso di utilizzare la doccia, perché nella sua «cella» non c'era. Non l'aveva neppure il futuro Giovanni Paolo II, come non l'aveva avuta, poco più di un mese prima, il cardinale Luciani. Entrambi, come tutti come gli altri cardinali, soffrirono anche il caldo di quell'estate. Il cardinale di Chicago, Cody, raccontò che la prima notte di conclave moriva dal sudore ed era stato costretto a farsi la doccia tre volte per lenire l'oppressione.
«La mia cella - raccontò Suenens - era una specie di sauna. È difficile descrivere che cos'è dormire dentro un forno; è sufficiente per rendere qualcuno completamente malato. L'unica finestra si trovava ermeticamente sigillata. Il secondo giorno, con tutta la forza, ho rotto i sigilli. Finalmente ossigeno».
Se gli elettori del Romano pontefice abiteranno dunque nella più ospitale "Casa di santa Marta", per votare, dovranno andare, secondo tradizione, nella cappella Sistina. Più esattamente saranno «trasportati», dice la "Universi Dominici gregis" (Dell'intero gregge del Signore), la Costituzione apostolica con la quale Giovanni Paolo II nel 1996 ha fissato le norme che dovranno essere seguite per l'elezione del prossimo papa. Il documento, però non indica i mezzi (dei bus?) che saranno utilizzati, ma raccomanda che i cardinali elettori «non siano avvicinati da nessuno» durante il trasporto.
Probabilmente in bus, dunque, i cardinali verranno portati alla cappella Sistina, dove tali riunioni, a parte qualche eccezione, si tengono dal 1492. Ma tra 15-20 giorni la prima andata alla Sistina la faranno a piedi. Perché si raduneranno nella cappella Paolina del Palazzo apostolico, «in ora conveniente del pomeriggio». Da lì «i Cardinali elettori in abito corale (dal 1978 non si usa più la veste violetta con berretta e zucchetto rossi) si recheranno in solenne processione, invocando col canto del Veni Creator l'assistenza dello Spirito Santo, alla Cappella Sistina del Palazzo Apostolico, luogo e sede dello svolgimento dell'elezione». Là, giureranno di mantenere il segreto, ascolteranno una meditazione e ci sarà l'extra omnes.
Già dal primo giorno si comincerà a votare: una sola votazione. Voto segreto, come oggi sembra scontato; ma in passato non era così, la regola del segreto è relativamente recente: fu introdotta nel 1621.
Nel prossimo conclave, le votazioni, dal secondo giorno saranno due al mattino e due al pomeriggio. Proprio nelle votazioni c'è la novità sostanziale portata dalla riforma del 1996, oltre allo spostamento degli alloggi dei cardinali. Fino alla elezione di Giovanni Paolo II, essa era possibile tre modi: «per acclamazione» che «si ha quando i cardinali elettori, come ispirati dallo Spirito santo, liberamente e spontaneamente proclamino uno, all'unanimità e a viva voce, sommo pontefice», «per compromesso», che si aveva quando «per circostanze particolari, i cardinali elettori, nessuno dissenziente, affidano ad un gruppo di loro il potere di eleggere, al posto di tutti, il pastore della Chiesa cattolica». Il gruppo, di numero dispari, doveva andare da un minimo di 9 ad un massimo di 15 cardinali. Il «terzo ed ordinario modo» di elezione era quello per votazione: necessari i due terzi dei voti più uno. Ciò serviva a garantire che l'eventuale voto per se stesso dell'eletto fosse ininfluente. Fu fatto così dopo l'elezione di Benedetto XV, che ebbe esattamente i 38 voti del quorum richiesto, e si dovette fare un controllo per escludere che avesse votato per se stesso, il che fu possibile grazie ad un motto latino che era sulla sua scheda.
Per eleggere il successore di Giovanni Paolo II la maggioranza necessaria sarà "solo" di due terzi, con arrotondamento all'unità superiore, se il numero dei votanti non è divisibile per tre, e sarà utilizzabile solo il terzo modo, quello a votazione di tutti. Gli altri due modi sono stati soppressi, il primo perché «inadatto ad interpretare il pensiero di un collegio elettivo così esteso e tanto diversificato» ed il secondo perché in certo modo «deresponsabilizzante» per i cardinali. Da tempo, poi, non c'è più «l'accesso» che era un modo, in vigore fino all'inizio del secolo scorso, per modificare il proprio voto. In pratica, alla fine di uno scrutinio il cardinale poteva modificare la propria scelta.
Adesso, ogni volta che si dovrà votare, «ciascun Cardinale elettore, in ordine di precedenza, dopo aver scritto e piegato la scheda, tenendola sollevata in modo che sia visibile, la porta all'altare (in fondo alla Sistina, n.d.r.) presso il quale stanno gli Scrutatori e sul quale è posto un recipiente coperto da un piatto per raccogliere le schede. Giunto colà, il Cardinale elettore pronuncia ad alta voce la seguente formula di giuramento: "Chiamo a testimone Cristo Signore, il quale mi giudicherà, che il mio voto è dato a colui che, secondo Dio, ritengo debba essere eletto". Depone, quindi, la scheda nel piatto e con questo la introduce nel recipiente. Eseguito ciò, fa inchino all'altare e torna al suo posto».
Al termine di ogni votazione le schede, votate e lette, saranno forate con un ago, «nel punto in cui si trova la parola Eligo (scelgo, eleggo)», legate con un filo e bruciate, insieme ai fogli sui quali i cardinali si segnano i risultati.
Quel fuoco era la «fumata» che usciva dal comignolo della Sistina. Un tempo si capiva l'esito dell'elezione dalla quantità del fumo: se era andata a vuoto si univa alle schede della paglia. Molto fumo, cioè, indicava mancata elezione. Per rendere più facile la comprensione dell'andamento del voto, si passò poi alla colorazione del fumo: lo si rendeva nero, un tempo con paglia bagnata, poi con un candelotto nero, se il voto era andato a vuoto, bianco (paglia asciutta poi candelotto bianco) se il papa era stato eletto. Ma la «Universi dominici gregis» non dice nulla sulla fumata. «La fumata è un fatto folclorico - disse, nel 1996 presentando la riforma mons. Jorge Mejia, segretario del collegio cardinalizio - non so se si farà o non si farà; certo si bruceranno le schede dello scrutinio».
Ma una traccia del voto restava e resterà: alla fine del conclave il cardinale camerlengo stenderà una relazione delle votazioni «chiusa in una busta sigillata», che potrà essere aperta solo da un papa.
Quanto agli scrutini, se dopo il terzo giorno non si fosse eletto il papa, è previsto un giorno di «preghiera, di libero colloquio tra i votanti e di una breve esortazione spirituale». Stessa procedura dopo altri sette scrutini inutili ed ancora dopo altri sette. A quel punto si potrà decidere una nuova procedura: si potrà continuare a cercare un candidato che raggiunga i due terzi dei voti, oppure optare per una elezione a maggioranza assoluta o per un ballottaggio. Sempre comunque i voti saranno per iscritto e segreti.
Arrivati alla scelta dell'eletto, a lui sarà posta la domanda: «accetti la tua elezione a sommo pontefice?»; alla risposta affermativa, un tempo i cardinali facevano calare in segno d'ossequio i baldacchini che coprivano i loro tronetti. Erano di colore diverso (rosso o verde), a seconda se il cardinale era stato "creato" dal papa appena morto, e quindi fosse in lutto, oppure da un predecessore. Ora non ci sono più, anche perché l'aumentato numero di porporati ha tolto lo spazio necessario. Ci sarà comunque l'ossequio dei cardinali, ultimo atto del Conclave, dopo che all'eletto sarà stata posta l'ultima domanda: «come vuoi essere chiamato?».
Ormai papa, l'eletto verrà condotto alla Camera lachrimatoria, una piccola stanza sulla sinistra dell'altare, che prende nome dalle lacrime che i papi appena eletti versano sulla propria nuova condizione. Là saranno stati collocati i tre abiti bianchi di taglia diversa. Nonostante tale possibilità, non sempre c'è stata la taglia giusta: per Pio XII erano tutte troppo larghe, per Giovanni XXIII troppo strette.
Il nuovo papa indosserà la veste bianca e il primo dei cardinali diaconi, il protodiacono, (il cileno Jorge Arturo Medina Esteves) annuncerà alla gente riunita in piazza san Pietro: «Nuntio vobis gaudium magnum: Habemus papam» (vi annuncio una grande gioia: abbiamo il papa).
Franco Pisano

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