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Da anni la sua salute sotto i riflettori

Papa Giovanni Paolo II ROMA - «Il papa sta bene fino al giorno della sua morte»: così si soleva dire in Vaticano, per spiegare il riserbo che ha tradizionalmente accompagnato in passato tutte le notizie sulla salute dei papi. Riserbo che, magari accompagnato dalla volontà di migliorare l'immagine del Papa, ha spesso aiutato la nascita di voci.
Il pontificato di Giovanni Paolo II, che ha recato novità di enorme rilievo, ha però segnato anche un cambiamento nella prassi tradizionale della comunicazione vaticana in questa materia: Wojtyla è infatti il papa sulla salute del quale c'è stata più informazione. Ma, paradossalmente, questa scelta di puntuale informazione ufficiale, confermata con grande evidenza in queste ultime settimane, non ha scoraggiato la disinformazione e il correre di voci incontrollate e di ipotesi di ogni genere.
Indubbiamente il ricordo degli ultimi anni di papa Wojtyla è legato alle difficoltà di movimento prima e di parola poi, alle improvvise «indisposizioni» e soprattutto al lento spegnersi di un uomo che non ha voluto nascondere sintomi ed effetti di una malattia che lo ha reso prigioniero del suo stesso corpo.

Molti hanno detto che proprio il suo star male ha offerto un'altissima testimonianza di forza interiore e di fede. Ma, andando indietro nel tempo sembra di vedere quasi una insistenza nella ricerca della figura del «papa malato». Le prime indiscrezioni su una malattia grave di Giovanni Paolo II sono infatti addirittura del 1981, quando era un uomo aitante e sportivo, che aveva voluto una piscina a Castel Gadolfo e che, quando andava in montagna, col suo passo sfiancava i giovani della scorta.

Per le ferite dovute all'attentato del 13 maggio, il suo ricovero al policlinico Gemelli terminò il 3 giugno, ma il 20 giugno, fu ricoverato di nuovo per un'infezione. Era dovuta, fu ufficialmente scritto sul bollettino medico, al 'cytomegalovirus', scatenato, secondo le ipotesi avanzate dal suo segretario, mons. Stanislaw Dziwisz in «Memoria e identità» o da una prima trasfusione mal riuscita o dall'indebolimento causato alle dosi massicce di antibiotici usati durante e dopo l'intervento. Il 5 agosto Giovanni Paolo II fu sottoposto ad un altro piccolo intervento chirurgico ed il 14 agosto fu dimesso. Qualcuno scrisse che in realtà il Papa aveva una leucemia acuta. Lo stesso «cytomegalovirus», indicato nel bollettino medico, sarà rievocato 12 anni dopo, nel dicembre 1993, e definito un segreto mai rivelato, perché, si disse, era un virus che poteva indicare la sieropositività.

Nel frattempo, il 15 luglio 1992, 11 anni dopo il primo ricovero, il Papa era tornato al «Gemelli» per essere sottoposto, diceva il bollettino medico, «a intervento chirurgico di resezione colica per voluminoso adenoma tubovilloso del sigma, con modeste e locali alterazioni citologiche riferibili a displasia di moderata entità».
In sostanza, l'equipe di medici, guidata da Francesco Crucitti, in un intervento che fu definito «molto facile e preciso», estrasse una «massa piuttosto voluminosa» delle dimensioni di una grossa arancia. La natura maligna del tumore fu esclusa. Nell'occasione Giovanni Paolo II subì anche un intervento alla cistifellea, per la presenza di «alcuni calcoli».
Ma appena pochi mesi dopo, nel gennaio 1993, il National Catholic Reporter sostenne che in realtà nell'intestino del Papa era stato trovato un tumore maligno. Del presunto cancro del Papa si continuerà a parlare per anni, anche dopo che era trascorso troppo tempo perché l'intervento del '92 potesse riferirsi a quel male.
Mentre ancora qualcuno lanciava ipotesi sul cancro del Papa, verso la fine di quel 1993, l'11 novembre, durante un'udienza Giovanni Paolo II inciampò e cadde. Ricoverato al Gemelli subì la riduzione di una lussazione alla spalla destra. Anche questo banale incidente fece fiorire ipotesi drammatiche. Così si parlò di salti di pressione, di svenimenti e di perdite temporanee di memoria. Ancora circolavano quelle voci e le relative smentite il 29 aprile 1994, quando il Papa fu nuovamente ricoverato al Gemelli. Era scivolato in bagno e si era fratturato un femore. Con un intervento chirurgico di circa due ore, il chirurgo Fineschi sostituì la testa del femore con una protesi. Dopo l'intervento, il Vaticano tentò con molto ottimismo di accreditare tempi di recupero di tre-quattro mesi. A luglio si affermò che già non adoperava più il bastone; ad agosto, quando il Papa era in montagna, si raccontava di escursioni, ma il 21, quando a Cogne scese le scale dell'altare, i giornali parlarono di «una smorfia di dolore» apparsa sul suo viso. Smorfie di dolore a parte, nel luglio di quel 1994, qualcuno scriveva che la frattura del femore era stata causata da un tumore osseo. «Voci assolutamente false», disse il Vaticano. Il prof. Crucitti dal canto suo spiegava che la sostituzione della testa del femore sarebbe stata impossibile, qualora ci si fosse trovati davanti ad un tumore alle ossa. In tempi ben più lunghi di quelli ipotizzati, Giovanni Paolo II smise di usare le stampelle e cominciò a usare il bastone.

La frattura del femore fece sì che per la prima volta, si parlasse di Parkinson. Un giornale spagnolo sostenne, era maggio, che la caduta andava addebitata a tale morbo. Il Papa, replicò il Vaticano, non ha il morbo di Parkinson. Ma un' ammissione, almeno parziale, ci fu nel settembre 1996, quando durante un viaggio in Ungheria il portavoce parlò di «malattia extrapiramidale». Il prof. Crucitti lo confermerà indirettamente, accennando a suoi problemi neurologici.
Quello stesso anno tornò in auge il cancro, sulla scia di una serie di malesseri, cominciati a Natale '95, quando dovette interrompere la benedizione a causa di «una nausea». «E' la recidiva del cancro del '92», sostennero in molti, e qualcuno lo scrisse. Pochi mesi dopo, il 13 marzo, una «affezione febbrile digestiva» lo fermò per due settimane. Giovanni Paolo II appariva dimagrito e stanco. Il 14 agosto si sottopose ad una visita ad Albano. Il 14 settembre, al rientro dall'Ungheria, un bollettino medico lo dichiarava affetto da appendicite. L'8 ottobre l'intervento chirurgico. «Tutto bene» disse il professor Crucitti cominciando la lettura del bollettino medico. «E' esclusa la presenza di altre patologie», aggiunse il medico. Il tumore maligno, del quale molti si erano detti sicuri, non risultava neppure dalle analisi. Sette giorni dopo, il 15, Giovanni Paolo II lasciava l'ospedale.
Se di tumori, da allora, non si è più parlato, dopo il 1996 il Parkinson, mai ammesso ufficialmente, non è stato più negato dal Vaticano. Col tempo è divenuto «la malattia del Papa": gli provocherà una invalidità progressiva che si manifestò apertamente con un tremore sempre più accentuato alla mano, tanto che nel 2001 fu inventato una specie di leggio mobile, da appoggiare sui braccioli della sua poltrona, per tenere fermi i fogli dei discorsi. Che ha sempre letto senza occhiali, anche se la difficoltà di parola, contro la quale a volte ha mostrato drammatici sforzi di volontà, ha fatto pian piano abbreviare la lunghezza dei suoi interventi. In molte occasioni si ricorse al sistema di preparare due testi: uno breve da leggere ed uno più lungo da consegnare all' interlocutore.Il Papa ha sempre goduto di una buona vista, ma gli era invece calato l'udito, tanto che, in gran segreto, gli fu applicato un piccolissimo apparecchio prima all'orecchio destro, poi ad entrambi.
Ad aggravare gli effetti del progredire del Parkinson fu l'intersecarsi con gli esiti negativi dell'intervento al femore del 1994 e con le conseguenze di un'artrosi che dal febbraio 2002 lo colpì al ginocchio destro. Se nei primi anni dopo l'intervento al femore era sembrato bastare l'aiuto del bastone (ma salire e scendere anche un solo gradino lo faceva soffrire), l'intrecciarsi con gli effetti delle altre malattie lo ha bloccato: per aiutarlo furono usati scivoli, passerelle mobili, una sedia a rotelle ed un'altra meccanica che gli permetteva di dire messa praticamente senza alzarsi, elevatori per salire e scendere dagli aerei e sull'elicottero.

Man mano che Giovanni Paolo II invecchiava e si faceva più curvo e tentennante, le voci sulle malattie tacquero. Accettato il Parkinson, il resto è pian piano passato in secondo piano, comprese le preoccupazioni per possibili infezioni da decubiti, delle quali si sussurrava negli ultimi tempi. Ma «la malattia» era stata trovata e le ipotesi si lanciavano, ma con minore intensità, solo su ciò che il Papa avrebbe fatto se il progresso del morbo fosse divenuto invalidante, impedendogli non di camminare, cosa ininfluente sul suo essere capo della Chiesa cattolica, ma di parlare. Da allora sono andate e tornate di fronte a miglioramenti (come tra il luglio 2002 e l'estate 2003) e peggioramenti delle sue condizioni generali, come in occasione del viaggio di settembre 2003 in Slovacchia, quando non riuscì a leggere i suoi discorsi.
Ripartì così la roulette delle indiscrezioni: un giorno stava per essere ricoverato, un altro era sotto dialisi, un altro ancora era svenuto al termine di un'udienza, oppure era già morto. Voci che si intersecavano con i preparativi per i festeggiamenti del venticinquesimo di pontificato e con il ritorno di congetture su possibili dimissioni, teoricamente ipotizzate anche da un paio di cardinali (Danneels e Lehmann).

Anche in quell'occasione, ad un periodo di relativa tranquillità seguì l'allarme altissimo per il ricovero «d'urgenza» avvenuto nella tarda sera dell'1 febbraio 2005 per «una laringo-tracheite acuta con episodi di laringospasmo», esiti di una influenza che da alcuni giorno lo aveva colpito. Si diffuse la sensazione che si fosse alla fine, mentre la domanda sulla sua possibilità di tornare a parlare ridava fiato alle ipotesi di dimissioni. Le rilanciò il cardinale segretario di Stato, Angelo Sodano, qualcuno disse involontariamente, altri ci videro un segnale agli altri porporati. Il clamore che ne seguì spinse i fedelissimi di Giovanni Paolo II ad organizzare, il 10 febbraio, un rientro cinematografico in Vaticano, con la papamobile e la piazza illuminata a giorno. Il 13 rivolge qualche parola ai fedeli ed il 20 legge l'intera riflessione prima dell'Angelus. Sembra vada tutto bene: il 23 c'è l'udienza generale, ma il 24 c'è un nuovo ricovero al Gemelli. Sempre per motivi respiratori. Questa volta gli viene fatta una tracheotomia, un intervento che ovviamente incide drasticamente sulla capacità del papa di parlare. Il 13 marzo si risente la sua voce e lo stesso giorno c'è il rientro, in automobile, in Vaticano.
Ma dopo il rientro non ha parlato più in pubblico, nonostante la tenacia del Papa nel volersi affacciare ripetutamente alla finestra del suo studio che dà su Piazza San Pietro per salutare i fedeli. E ieri l'aggravamento delle sue condizioni. E' spirato nella serata del 2 Aprile, alle 21.37.

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