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Il Papa malato: sette volte ricoverato al Gemelli

CITTA' DEL VATICANO - «Quando voglio sapere qualcosa sulla mia salute, apro i giornali». Wojtyla sdrammatizzò con caustica ironia nel gennaio 1998 le indiscrezioni sulla sua salute che circolavano da prima del 1993, anno della comparsa del morbo di Parkinson. Ma la battuta rivolta ai giornalisti sull'aereo che lo portava a Cuba ben sintetizza l'attenzione spasmodica che i media hanno sempre dedicato alle condizioni di salute di Wojtyla, per sette volte ricoverato al Policlinico Gemelli ed affetto negli ultimi dodici anni dalla «malattia extrapiramidale» che ha provocato ripetuti allarmi sulla stampa di tutto il mondo. Il Papa stesso, l'ultima volta, affacciandosi dalla finestra dello studio nel 1996 scherzò ancora una volta: «Il Vaticano Uno sta in piazza san Pietro, il Vaticano Due è a Castelgandolfo, il Vaticano Tre è diventato il Policlinico Gemelli».
Dopo il ritrovato vigore nella primavera 2003, quando i vibranti appelli contro l'intervento in Iraq sembravano avergli fatto ritrovare la forza, una nuova tappa negativa è stata segnata dai viaggi estivi. Al di là della «ricarica» affettiva ricevuta dai fedeli, infatti, era apparso chiaro che le sue gambe non volevano più muoversi, e che da allora in avanti non sarebbe più stato visto in piedi. Si sarebbe spostato solo sul tronetto a rotelle. Con un ulteriore peggioramento delle sue capacità verbali, la voce sempre più debole e impastata al punto da far interrogare i cardinali, a Roma per il giubileo di pontificato nell'ottobre 2003, se potesse continuare a svolgere il ministero senza poter più parlare.
Wojtyla era stato ricoverato la prima volta a 24 anni, quando venne investito da un'auto e ricoverato a Cracovia. Il 13 maggio 1981 subì il grave attentato in piazza san Pietro che causò un delicato intervento chirurgico al policlinico Gemelli. Poco più di un mese dopo venne ricoverato una seconda volta per un'infezione da citomegalovirus. Rientrerà per la terza volta undici anni dopo, nel luglio 1992, per l'asportazione di un tumore benigno al colon. Fu allora, nell'anno in cui tra l'altro comparve il primo tremito alla mano sinistra, che comparvero i segni di una sofferenza che caratterizzò da allora l'immagine di Giovanni Paolo II. Secondo Corrado Manni, l'anestesista che lo aveva curato, era un dolore che aveva radici profonde: «Non si è mai rimesso -disse- dal trauma psicologico legato al suo attentato. Ecco perché, da allora, sembra così indebolito. Non è un fatto di senilità, ma di sofferenza interiore. Se sei un uomo d'amore e ti sparano addosso, i risvolti sulla tua psiche saranno profondi».
C'è da dire che Wojtyla ha sempre mostrato noncuranza per la sua salute: persino quando, a ridosso della Pasqua 2002, un risentimento artrosico al ginocchio destro l'ha bloccato in Vaticano per un mese, non ha rinunciato a celebrare l'impegnativa veglia pasquale e la Messa della domenica di Pasqua, facendo fare l'ennesima figuraccia a chi per settimane aveva dissertato sulla sua «inabilità» e l'ipotesi delle dimissioni.

L'intervento all'intestino alimentò per diversi mesi voci allarmate sul futuro del pontificato. Ma Wojtyla recuperò in fretta, e nel dicembre 1992 scherzò: «Sto meglio di quanto mi merito». Il portavoce Navarro Valls poco tempo dopo dichiarò di non prendersi più neanche la briga di smentire falsità, perché l'attività del Papa bastava a dimostrare che stava bene.
Un anno dopo, nel novembre 1993, il Papa scivolò al termine di un'udienza e cadde: lussazione e una piccola frattura alla spalla destra. Nuovi allarmi e ipotesi pessimistiche. Ma dieci giorni dopo lui stesso disse: «Il Papa vuole salutare tutti. Come vedete è un po' deficiente, ma non del tutto distrutto». Nell'aprile 1994 un'altra brutta caduta nel bagno dell'appartamento privato causa una nuova degenza di un mese al Gemelli per frattura del femore alla gamba destra: viene impiantata una protesi e deve rassegnarsi all'uso del bastone. Nel luglio 1995 una nuova ondata di voci fa temere la comparsa di un tumore osseo. Anche stavolta il Vaticano smentisce.
I fedeli tennero nuovamente il fiato sospeso la mattina di Natale del 1995, quando Giovanni Paolo II interruppe la lettura degli auguri dalla finestra del suo studio. Ricomparve venti minuti dopo, dicendo: «Vi auguro di nuovo buon Natale e vi prego di scusarmi, ma anche il Papa si può ammalare».
Nell'ottobre 1996 il sesto ricovero al Gemelli, per un intervento di appendicite, nonostante dodici mesi di preoccupazione e allarmi, e mentre compaiono tra gli scaffali delle librerie volumi sull'identikit del «successore», Giovanni Paolo II festeggia i 18 anni di pontificato in un anno segnato dal coronamento dei sogni dei viaggi a Sarajevo e Beirut e di quello a Berlino, dove il Papa «chiamato da un Paese lontano» passa sotto la Porta di Brandeburgo, simbolo dell'Europa del Muro che ha contribuito a far cadere.
Mentre il morbo di Parkinson sensibilmente avanza senza che Wojtyla smetta per questo di offrirsi alle telecamere, un lieve malessere lo colpisce durante il viaggio in Polonia del 1999: cade a Sadomierz, a causa della febbre non può celebrare la Messa vicino a Cracovia. E l'immagine della tempia coperta da un cerotto fa il giro del mondo. Nuovi disturbi fecero temere il peggio all'inizio del 2002: il 23 febbraio venne reso pubblico che il Papa non avrebbe visitato due parrocchie nelle settimane successive per un «risentimento artrosico» al ginocchio destro. Annullate tutte le uscite dal Palazzo apostolico fino alla Settimana Santa, che il Papa riuscì comunque a celebrare, pur facendosi sostituire dai cardinali Sodano ed Etchegaray nella lavanda dei piedi del Giovedì santo. Da allora, comincia a ridurre al minimo gli spostamenti all'interno del Palazzo apostolico: in tutte le udienze arriva e va via su una pedana mobile e dal maggio 2002, per la prima volta, compare in pedana anche nei viaggi internazionali. Un elevatore mobile lo aiuta a salire e scendere dagli aerei.
Dopo la «battaglia contro la guerra» in Iraq nella primavera 2003, che sembrava avergli restituito vigore, grazie anche al cambiamento nel regime farmacologico, un nuovo peggioramento si è registrato con i viaggi estivi ed in particolare con quello in Slovacchia, quando anche la capacità di parola è apparsa ridotta al minimo. E il mondo ha tremato quando ha visto il Papa, a Bratislava, rinunciare a pronunciare il discorso di arrivo e ripiegarsi su se stesso, incapace di muoversi e di parlare. Ma si era nuovamente ripreso. Nel giugno 2004 torna in Svizzera, dimostrando a se stesso e ai suoi collaboratori di poter ancora viaggiare e leggere i discorsi, sempre in varie lingue, fino alla fine.
Come vivesse i suoi acciacchi, e la sua vecchiaia, fu Wojtyla stesso a dirlo, da poeta ottantenne e filosofo prima ancora che da Papa, quasi confidando agli ammalati raccolti sulla spianata del santuario di Fatima il 13 maggio 2000 quale visione avesse in quel momento della sua vita: «Se qualcuno o qualsiasi cosa ti facessero pensare di essere al capolinea, non lo credere. Se conosci l'eterno amore che ti ha creato, sai anche che c'è dentro di te un'anima immortale. Ci sono diverse stagioni della vita. Se per caso tu sentissi arrivare l'inverno, voglio che tu sappia che questa non è l'ultima stagione perché l'ultima sarà la primavera, la primavera della Resurrezione».
Il 1 febbraio 2005 alle 22,50 il Papa viene ricoverato d'urgenza al Policlinico di Roma, Agostino Gemelli, per difficoltà respiratorie dovute a crisi di laringo-spasmo e una laringotracheite acuta, causate da una leggera sindrome influenzale che lo aveva colpito tre giorni prima. Il 10 febbraio Giovanni Paolo II viene dimesso e rientra in Vaticano.
Dopo 14 giorni, il 24 febbraio, nuovi problemi respiratori sopraggiunti dopo una ricaduta influenzale, costringono i medici a decidere per un nuovo ricovero. Alle 11,30 della mattina Giovanni Paolo II varca nuovamente i cancelli del Policlinico romano Agostino Gemelli. Nel tardo pomeriggio dello stesso giorno l'equipe medica guidata dal professor Rodolfo Proietti decide di intervenire chirurgicamente sottoponendo il Pontefice ad una tracheotomia. Il 13 marzo, dopo 18 giorni, alle 18,18 Giovanni Paolo II lascia nuovamente il Gemelli per fare ritorno in Vaticano.
Poi, il 31 marzo, la crisi che lo porta alla morte: dopo essere stato alimentato con un sondino gastrico, giovedì viene colpito da un'affezione febbrile e un'infesione alle vie urinarie. Le condizioni vanno via peggiorando, gli viene impartita l'estrema unzione. Tre giorni di agonia, e alle 21.37 il suo cuore, fortissimo, cessa di battere.

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