Mercoledì 12 Dicembre 2018 | 18:03

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«The show must go on», ma non a tutti i costi

MILANO - E' la prima volta che lo sport italiano (non solo il calcio) si ferma per ragioni di carattere spirituale, come si possono definire le motivazioni scaturite in quest'occasione: l'angosciosa attesa della sorte di Giovanni Paolo II, il Papa «sportivo», che in gioventù aveva giocato al pallone, aveva corso in bicicletta e che anche in età avanzata aveva praticato lo sci, una disciplina che da giovane gli era congeniale. Andava a sciare a due passi da casa, a Zakopane, nei monti Tatra, al confine fra la Polonia e la Slovacchia. Lo ha fatto sino a qualche anno fa. Il Papa «sportivo» seguiva Olimpiadi e partite di calcio alla tv, quando poteva, e riceveva spesso i campioni, come è avvenuto anche recentemente con i componenti della Ferrari. Ora sta incassando l'omaggio di chi gli voleva bene. Insomma, il nostro sport non si è dimostrato insensibile, per una volta, ad avvenimenti di questa portata. Altri non lo hanno fatto: i campionati inglesi sono andati avanti e così quelli di altre nazioni. Nessuna «piega» in campo internazionale dalla Formula uno e dal ciclismo. Questioni di sensibilità e di...religione.
Il Coni è intervenuto per rispetto verso il Papa e per dare una scossa al pianeta dello sport, per fargli capire che non si può passar sopra a tutto, alimentando l'insensibilità di un mondo che ha fatto molti passi indietro nel campo della moralità con il doping, con le piccole e grandi truffe, con il gigantismo e con la mercificazione di tutto. Il Papa «sportivo» così, in una fase così tragica, ha dato il suo estremo contributo, un contributo non indifferente, al mondo dello sport, inducendolo a una pausa di riflessione sui valori umani, sulla vita e sulla morte. Giovanni Paolo II non è riuscito a fermare le guerre, la sua parola di Pace è rimasta spesso inascoltata dai potenti della terra. Ora che è rimasto muto per la sua malattia, ha trovato qualcuno finalmente disposto ad ascoltare la sua voce: il mondo dello sport.
Si è fermato anche il calcio. L'universo del pallone (per intempestività dell'UEFA) prese in considerazione la tragedia dell'11 settembre 2001 con un giorno di ritardo, quando erano state giocate già alcune partite di Champions League, e la cosa fu rimproverata all'Ente calcistico europeo che cercò vanamente di giustificarsi. C'è stato anche, nel corso degli anni, qualche isolato stop per singole partite a causa di terremoti o alluvioni, persino per qualche sciopero dei calciatori e per l'omicidio del tifoso genoano Spagnolo, accoltellato da un sostenitore rossonero prima di Genoa-Milan nel gennaio '95. Mai per ragioni così umane e spirituali. Speriamo che i molti scalmanati che si affollano attorno ai campi di gioco e i molti affaristi che lucrano sul mondo del pallone -e dello sport più in generale- comprendano il valore morale di questa fermata.
«The show must go on», lo spettacolo deve andare avanti, sì, ma non a tutti i costi. Per una volta, è giusto fermarsi e pensare. Ma c'è voluta la tragedia umana del «Papa sportivo» per indurre lo sport a riflettere. Bisogna ringraziare anche per questo Giovanni Paolo II e sperare che certi momenti di grande spiritualità non debbano essere ritrovati -lungi da noi l'idea di fare dell'ironia- solo a ogni morte di Papa.
Franco Zuccalà

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