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Il suo ultimo sogno: un'Europa unita

CITTA' DEL VATICANO - L'Europa come un tutto unico, dall' Atlantico agli Urali, che torna ad essere centrale nella storia dell'umanità perchè non è solo un «mercato di scambi economici o spazio di libera circolazione di idee», ma anche e soprattutto una «comunità di nazioni sorelle», unite nella solidarietà e capaci di offrire al mondo un contributo di equilibrio e di amore per la tolleranza e la pace, frutti di un umanesimo in gran parte figlio di due millenni di cristianesimo, qui affermatosi e da qui portato nel mondo. E' questa l'Europa come l'ha sognata Giovanni Paolo II e per la quale si è battuto: un modello così distante da quello materialista che vedeva affermarsi, da averlo spinto ad uno scontro che gli appariva epocale come quello che nei primi 10 anni di pontificato lo ha visto contro il comunismo.
A ben guardare, anzi, è in fondo la stessa battaglia, quella sul modello di sviluppo dell'umanità. Ma se contro il comunismo vinse, l'Europa e le sue «radici cristiane» sono state una battaglia combattuta sino all'ultimo, ma persa.
La condanna del comunismo, considerato prima di tutto menzogna sull'uomo detta all'uomo, infatti, era causata dal rispetto dovuto alla libertà, ai diritti umani ed alla verità. Non anticomunismo viscerale, ma un effetto della convinzione che fosse un'ideologia nemica delle fede e quindi della verità e dell'uomo, un peccato insomma.
L'Europa comunità di nazioni sorelle è stata invece l'idea di fondo non modificata negli anni, della quale, man mano che cambiava la situazione politica, il Papa ha sottolineato aspetti diversi. Finchè c'è stato il Muro il discorso sulle «comuni radici cristiane» era puntato sull'unità storica, religiosa e culturale del Continente, diviso solo da «frontiere contro natura», ingiusta conseguenza della guerra. Il 5 giugno 1979, a pochi mesi dall'inizio del pontificato, durante il primo viaggio in Polonia, nel santuario di Czestochowa, centro della devozione mariana sua e dei suoi connazionali, ha affermato che «L'Europa, che durante la sua storia è stata più volte divisa, l'Europa, che verso la fine della prima metà del nostro secolo è stata tragicamente divisa dall'orribile guerra mondiale, l'Europa, che nonostante le sue attuali, durevoli divisioni dei regimi, delle ideologie e dei sistemi economico-politici, non può cessare di cercare la sua unità fondamentale, deve rivolgersi al cristianesimo».
Era l'annuncio, allora non pienamente compreso, di una delle linee del pontificato, con il rifiuto della divisione del Continente decisa a Yalta e l'affermazione che il cristianesimo, inteso anche come principio informatore di un modello culturale e sociale, è elemento comune, e quindi potenzialmente unificatore, di quelle che allora erano le due parti d'Europa. E' l'affermazione delle «comuni radici cristiane» di un Continente che ha due «polmoni», le tradizioni cristiane d'Occidente e d'Oriente, in un solo corpo. Idea ribadita infinite volte, anche con la proclamazione a compatroni d'Europa dei santi Cirillo e Metodio, apostoli degli slavi, e origine della politica vaticana di quel decennio, compresa la difesa di Solidarnosc, della rivoluzione non-violenta in Polonia e del «contagio» polacco nell'Est.
Dopo la caduta del Muro, mentre anche la globalizzazione spingeva a superare antiche divisioni, le comuni radici cristiane sono state viste come «strumento» grazie al quale l'Europa poteva tornare ad essere motore della storia dell'umanità. Non più come nodo del potere militare, politico ed economico, ma in quanto luogo di emanazione dei veri valori umani. Questo il senso della richiesta che, inascoltato, ha continuato ad avanzare fino alla fine dei suoi giorni per l'inserimento nella Costituzione dell'Unione delle «radici cristiane» d'Europa. «Non già - come si legge nella Dichiarazione finale del Sinodo per l'Europa del 1991 - per sostenere una coincidenza tra Europa e cristianesimo», ma perch_ è dal cristianesimo che l'Europa ha appreso alcuni valori, come la tolleranza, l'amore per la libertà, la dignità della persona e la solidarietà, che ne caratterizzano l'anima.
Il riferimento alle radici cristiane, insomma, non come riconoscimento del fatto storico che qui il cristianesimo si è sviluppato e che per questo la cultura dei popoli europei, al di là delle differenze, ha valori e ideali comuni. Ma come una «identità», un modo di essere e anche un dover essere. E' ad esse, di conseguenza, che il Papa vorrebbe ci si riferisse nell'oggi, nell'attualità non solo religiosa ed etica, ma nelle conseguenti sfere culturale, politica, sociale, economica. Perchè l'Europa «può e deve lavorare per difendere dovunque la dignità dell'uomo, fin dal suo concepimento, per migliorare sempre più le condizioni di vita, operando in favore di una giusta distribuzione delle ricchezze, dando a tutti un'educazione che li aiuterà a divenire attori della vita sociale, e un lavoro, che permetterà di vivere e di sovvenire ai bisogni dei loro familiari». Era il suo sogno, è rimasto tale.

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