Domenica 16 Dicembre 2018 | 09:04

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A Cuba, quella stretta di mano con Fidel

ROMA - Per favore, che ora è? E' la frase insolita che Giovanni Paolo II rivolse a Fidel Castro, appena sceso dalla scaletta dell'aereo all'aeroporto dell'Avana nel gennaio del '98 per quello che fu sicuramente uno dei viaggi più significati del Santo padre.
Le parole precise, in verità, non le sentì nessuno, ma il gesto fu evidente: il Papa guardò il suo orologio, e poi rivolgendosi a Castro disse qualcosa; Fidel a sua volta guardò il proprio e rispose.
Lo storico faccia a faccia tra i due sarebbe avvenuto il giorno dopo, il 22 gennaio, nel palazzo della Rivoluzione: immagini forti destinate a rimanere impresse a lungo nella memoria di molti anche perchè il Papa già allora mostrava i segni della malattia.
Sembrava che non dovessero finire mai, quegli scalini nell'atrio del Palazzo della Revolucion, che Giovanni Paolo II volle salire con tutta la pena dei suoi anni e con tutta l'ostinazione del suo spirito. Di converso, sembrava che dall'alto, dove lo bloccava il protocollo, nel suo completo blu indossato per l'occasione , Fidel Castro cercasse di sospingere il Papa con lo sguardo, di aiutarlo, nel timore che potesse inciampare proprio in quegli ultimi gradini di un cammino storico. Poi al termine della scala, le mani di entrambi tremanti per la stessa malattia, si congiunsero in una stretta che era simbolica, politica, ma che era anche un gesto di amicizia tra due vecchi uomini che al tramonto del loro tempo trovarono la forza di incontrarsi.
In quell'incontro ci furono, una premura, quasi una tenerezza reciproca, che erano commoventi: nel braccio che di tanto in tanto Castro allungava per sorreggere il Papa nel cammino non privo di difficoltà, attraverso i saloni esagerati ed enfatici del 'Palaciò del leader della rivoluzione, c'era un rispetto che andava ben oltre il protocollo: Giovanni Paolo e Fidel si scambiavano piccole frasi, arrancando lungo le corsie rosse, per spezzare l'imbarazzo della loro fatica. L'uno appoggiato al bastone, l'altro, Fidel, che era accanto, rallentando il passo delle sue gambe più lunghe, indicandosi, diceva, la sua gamba destra per dire all'ospite, all'amico, che anche a lui, qualche volta fa male.
E tra la parte protocollare dell'incontro fra il Papa e Castro e il colloquio a quattr'occhi seguito alla cerimonia, durato 45 minuti, i due leader si scambiarono anche qualche battuta. Fidel, rivolto all'ospite e accennando ai giornalisti presenti:"Santità, questi ci dovrebbero pagare. Ci sfruttano e non ci pagano». E il Papa: «Sì, non pagano».
Poco dopo il segretario di Stato vaticano, cardinale Angelo Sodano, diceva a Castro: «Presidente, Lei lavora troppo».
Fidel, alludendo al Papa: «Lo faccio con molto piacere, ma comunque è lui che oggi a Santa Clara ha lavorato di più «.
Tra i due molto più loquace Fidel, dal cui volto traspariva un'evidente soddisfazione.
Il Papa sbarcò all'Avana in quell'inizio d'anno del '98, per una visita di cinque giorni, con il suo messaggio di speranza e il suo appoggio morale alla promozione dell'uomo, allo sviluppo della società e alla riconciliazione tra i cubani allo scopo, anche, di esigere il rispetto dei diritti umani e la possibilità per la chiesa a Cuba di beneficiare di maggiori spazi per la sua attività.
Il momento più significativo fu la messa officiata dal pontefice sulla grande piazza della Rivoluzione alla presenza di una folla imponente e commossa. Nessuno poteva essere indifferente agli applausi che più volte interruppero l'omelia del Papa sulla libertà, la pace, la verità.
Fidel Castro era seduto in prima fila accanto a Gabriel Garcia Marquez. "El Comandante" non aveva più assistito a una Messa da 53 anni.
Significativa anche la presenza simbolica di Josè Martì, l'effigie del patriota cubano a cui è dedicato il memoriale nella Piazza della Rivoluzione. Scrittore,poeta ed eroe dell'indipendenza in un articolo del 1891 descriveva Leone XIII, il grande Papa della questione sociale che entra nel nella basilica di San Pietro come il «tremulo e umile anziano che passa sorridendo con tristezza benedicendo con affabilità, guardando con tenerezza in mezzo ad una moltitudine meravigliata e contenta».
La proiezione profetica di un grande della patria cubana che mai avrebbe immaginato la visita di un Papa sulla sua terra, e che officia all'ombra del suo stesso monumento.
Nicoletta Tamberlich

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