Sabato 15 Dicembre 2018 | 03:38

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I 26 anni di pontificato di Papa Giovanni Paolo II

Piegato dagli anni e dagli acciacchi, Giovanni Paolo II ha continuato fino all'ultimo a guidare il popolo cattolico che con lui è entrato nel nuovo millennio. Era stato questo, del resto, il «mandato» che gli era stato dato per bocca del primate polacco Stefan Wyszynski nel drammatico conclave dell'autunno del '78, quando i cardinali dovettero tornare in gran fretta nella Sistina per eleggere il successore di un Papa durato appena 33 giorni. «Introdurrai la Chiesa nel nuovo millennio», gli aveva detto il suo «maestro» ed è per questo che il Grande Giubileo del 2000 è stato vissuto dallo stesso Papa Wojtyla come il culmine del suo Pontificato. Non che dopo la chiusura della Porta Santa siano mancati momenti e gesti significativi, basta pensare al grande incontro interreligioso per la pace del 24 gennaio 2002 ad Assisi ed anche alla visita compiuta nel maggio precedente in Grecia, con l'incontro con gli Ortodossi all'Aeropago, e in Siria, con la prima visita di un Papa in una Moschea, quella di Damasco.
Ma si può dire certamente che questi gesti completavano un percorso già avviato: il quarto viaggio internazionale del Papa, nel novembre del 1979, ad esempio, era stato ad Al Fanar, in Turchia, per rendere omaggio al Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, così come nel 1986 Giovanni Paolo II era stato il primo Papa a mettere piede in una Sinagoga, quella di Roma. Significative, in questa ottica di avvicinamento e dialogo sono state le due riconsegne: quella dell'icona della Madre di Dio di Kazan, tornata in Russia dopo la cerimonia di restituzione del 25 agosto, e quella, il 27 novembre 2004, delle reliquie dei santi Gregorio Nazianzeo e Giovanni Crisostomo, riportate a Costantinopoli da Bartolomeo I. E certamente le limitazioni fisiche non hanno attenuato la dedizione e la forza del suo ministero, come aveva notato il card. Camillo Ruini, aprendo nel maggio scorso l'assemblea della Cei in Vaticano. Tanto da aver avuto il coraggio di intraprendere a 83 anni appena compiuti il 100° viaggio internazionale del Pontificato, in Croazia, con una coda nella Repubblica Serbo-Bosniaca, impegnativa e ricca di significato.
Mentre il viaggio numero 103 era stato lo scorso giugno in Svizzera per un incontro con i giovani. L'ultimo viaggio, il 104°, a Lourdes, vero atto di eroismo di un uomo impedito in ogni movimento dalla sua malattia. Ma le immagini che tutti ricorderemo di questo Papa restano quelle del Grande Giubileo: dall'apertura della Porta Santa di San Pietro, passando per il rito ecumenico che caratterizzò l'apertura di quella della Basilica di San Paolo, per il «mea culpa» pronunciato il 12 marzo per mettere al bando nella Chiesa ogni tentazione di discriminazione razziale, sessuale e ideologica e per la proclamazione al Colosseo del «Martirologio del 2000», che non è più soltanto cattolico, fino al pellegrinaggio in Terra Santa, iniziato in febbraio al Sinai e culminato in marzo con il gesto straordinario della preghiera al Muro del Pianto, ed infine il colpo di scena della rivelazione a Fatima di una parte del terzo segreto affidato dalla Vergine ai pastorelli, nel quale era previsto con 65 anni di anticipo l'attentato del 16 maggio 1981 in piazza San Pietro.
Quei colpi di pistola esplosi da Alì Agca, il killer turco che il Papa andò a perdonare nella sua cella a Rebibbia, hanno certamente segnato la vita di questo Papa, nel fisico ma anche nella consapevolezza della propria missione. Si voleva impedire che l'azione del Pontefice scardinasse quell'equilibrio del terrore che la Guerra Fredda aveva cristallizzato, ma del quale erano proprio i popoli slavi a pagare il prezzo più alto, come Wojtyla sapeva bene. E al di là di ogni dubbio, proprio la caduta dei regimi comunisti (con l'eccezione di quello cubano, che anzi dalla visita del Papa del 1998 fa sembra aver beneficiato) rappresenta certamente l'aspetto più eclatante di questo pontificato che in 26 anni ha cambiato la chiesa e in parte il mondo, interpellato a mettersi in discussione dai continui richiami di papa Wojtyla in difesa dei diritti dell'uomo e di quelli di Dio, ribaditi con forza sino alla fine. E senza arretramenti, come testimonia l'enciclica «Evangelium Vitae», del marzo '95, che raccoglie la sua dottrina sulla sacralità della vita umana, oggetto di centinaia di interventi durante il pontificato. L'ultima battaglia: la richiesta reiterata in tutti gli angelus della scorsa estate, per ottenere il riconoscimento delle radici cristiane del vecchio continente, nella nuova costituzione europea. Cambiamenti che agli storici di domani appariranno certamente radicali perché hanno segnato la fine di questo millennio. Giovanni Paolo II li ha perseguiti con tenacia, quasi con ostinazione. Nei suoi disegni è stato osteggiato fin dall'inizio da una parte della Curia Romana che non credeva nella possibilità di sconfiggere il sistema marxista con la sola forza della fede cristiana, testimoniata senza compromessi. Ed è significativo, in proposito, l'episodio dell'articolo di «benservito» a Lech Walesa che l'Osservatore Romano pubblicò «di sua iniziativa» dopo il colpo di Stato di Jaruzelski (dicembre '81), costringendo il Papa a licenziare in tronco il vicedirettore don Virgilio Levi. L'allora segretario di Stato, Casaroli, era convinto che la linea da seguire fosse quella della cosidetta «Ostpolitik», inaugurata da Giovanni XXIII e tenacemente perseguita da Paolo VI con il «sacrificio» dei primati cecoslovacco, Beran, e ungherese, Mindszenty (al quale poi Wojtyla rese omaggio nell'agosto '91, inginocchiandosi sulla sua tomba). L'ottica diversa di Giovanni Paolo II dipendeva anche dalla sua personale esperienza.
Ma al Papa non sono mancate in questi anni anche altre incomprensioni: le ultime sono legate alla drammatica vicenda dei casi di pedofilia che si sono verificati negli Stati Uniti, costringendolo a chiamare a Roma i cardinali e arcivescovi più importanti per imporre loro la linea della «tolleranza zero», mentre i giornali americani lo accusavano di non essere più in grado di governare la Chiesa. Ma le critiche che più lo hanno fatto soffrire, sono state probabilmente quelle venute in modo ricorrente dal mondo ebraico. Non c'era mai stato infatti un Papa tanto amico degli ebrei (nella storica visita del 13 aprile 1986 alla Sinagoga di Roma li chiamò «fratelli maggiori»), eppure dalle comunità israelitiche il Pontefice è stato ripetutamente accusato di usare un linguaggio antisemita. Accuse che in realtà erano un modo di fare pressione per ottenere dal Vaticano il riconoscimento di Israele. E nelle resistenze della Santa Sede al riconoscimento dello Stato Ebraico (poi arrivato il 30 dicembre '93, a rafforzare il processo di pace israelo-palestinese) va cercata probabilmente anche la ragione della lunga polemica sul Carmelo di Auschwitz, che Wojtyla risolse comunque a tutto vantaggio degli ebrei. Quasi per ripagarli dell'indifferenza di molti suoi connazionali polacchi verso l'olocausto nazista, un dramma che ebbe come protagonisti anche suoi amici e del quale dunque il giovane Karol era stato diretto e partecipe testimone, da studente nella natia Wadowice e poi a Cracovia, quando alternava il lavoro di operaio alle lezioni all'università.
Da Papa, però, non poteva cedere a quelle pressioni degli ebrei (e dovette aspettare che Rabin e Arafat avviassero il processo di pace attraverso il riconoscimento reciproco tra Israele e l'Olp). Come nel gennaio del '91 non cedette alle richieste americane di desistere dalla condanna morale della «Guerra del Golfo». E poi, di nuovo, nel marzo 2003 si è ripetuto lo stesso braccio di ferro con la Casa Bianca, che non è riuscita ad impedire a Wojtyla di ripetere la sua condanna alla guerra, che per lui non aveva giustificazione.
Proprio mentre Casaroli trattava con i governi di Praga e Budapest, Wojtyla, allora arcivescovo di Cracovia (fu nominato nel' 64 a 44 anni, dopo 6 anni come ausiliare) era stato protagonista di un eroico braccio di ferro con il regime polacco, per dotare di una chiesa il quartiere operaio di Nova Huta, sorto nel 1969 per celebrare lo Stato comunista ed ateo.
La storia ha poi indicato chi avesse ragione. Ma opposizioni molto forti, Karol Wojtyla le ha incontrate anche da Papa e proprio nella Curia Romana e in parte del Collegio Cardinalizio, in particolare sul documento «Tertio Millennio Adveniente» del maggio '95 che rappresenta, in un certo senso, l'atto più coraggioso del Pontificato. Vi erano le indicazioni per la preparazione al Grande Giubileo del 2000. L'intenzione di fondo era quella di promuovere nella Chiesa un'autocritica affinché i cattolici e tutti i cristiani, finalmente riconciliati, potessero arrivare «purificati» all'appuntamento che lo stesso Giovanni Paolo II aveva dato alle altre religioni proprio in occasione del Grande Giubileo (ma gesti significativi in questa direzione il Papa li aveva già compiuti con la solenne chiusura della «controversia» su Galileo Galilei e Copernico, e la coraggiosa denuncia della mancata resistenza degli ecclesiastici e fedeli cattolici tedeschi al nazismo, fatta per di più durante i viaggi in Germania). Era lo stesso spirito con il quale per la prima volta aveva riunito ad Assisi i leader di tutte le religioni, per la «Giornata mondiale di preghiera per la pace».
In quel 27 ottobre 1986, Wojtyla riuscì a far tacere le armi praticamente su tutti i fronti, segnando il definitivo superamento delle «guerre di religione» nella coscienza dell'umanità. Ancora oggi, è vero, qualcuno continua a combattere in nome di Dio, ma nessuna religione può più approvarlo. Ma resteranno nella storia anche tanti altri atti compiuti da questo Papa. Ad esempio il suo Catechismo, pubblicato nel dicembre '92, che restituisce alla Chiesa Cattolica punti di riferimento dottrinari certi, dopo oltre venti anni di sbandamento seguiti al Vaticano II. Un Concilio al quale Karol Wojtyla aveva partecipato da giovane vescovo ausiliare di Cracovia (prendendo vigorosamente posizione in favore della libertà religiosa). Un Concilio che, comunque, non ha mai voluto rinnegare. Pretendendo invece che fosse compreso in tutta la sua portata e quindi applicato, sia pure senza forzature. Nel 1985 proprio con questo intento il Papa aveva convocato a Roma i vescovi di tutto il mondo, per un «Sinodo Straordinario» che consentì una riflessione seria e una nuova partenza verso gli obiettivi che il Concilio si era dato. Era il tentativo di correggere distorsioni evidenti, ma qualcuno parlò di «restaurazione». Incomprensioni ed accuse strumentali gli sono venute anche da parte della Chiesa Ortodossa Russa, che avendo in molti casi collaborato con il regime comunista temeva l'avanzata dei cattolici anche nei territori dove tradizionalmente essa è più radicata. Anche nel settembre '94, dalla cattolicissima Lituania, papa Wojtyla aveva lanciato un nuovo ponte verso Mosca, un segnale colto anche da Alessio II che aveva inviato un suo rappresentante. Ma poi è saltato l'appuntamento tra il Pontefice e il Patriarca, che avrebbero dovuto incontrarsi a Vienna nel giugno del '97, dopo nuove accuse di proselitismo lanciate contro Roma dal Santo Sinodo Russo. E così Giovanni Paolo II non è riuscito a realizzare il suo sogno di una visita a Mosca.
A Gerusalemme, invece, è alla fine andato in occasione del Grande Giubileo del 2000 (suscitando con i suoi gesti un davvero inimmaginabile entusiasmo del mondo ebraico) ma c'è ancora Pechino nei sogni di Giovanni Paolo II, che del suo desiderio di visitare le eroiche comunità cattoliche della Cina aveva parlato ad esempio nel maggio '93, durante un viaggio a Macerata, rendendo omaggio al ricordo dell'apostolo della Cina, il gesuita Matteo Ricci. Da sempre, del resto, si intersecano i suoi itinerari: i viaggi in Italia sono stati 146, 104 quelli nel mondo. Circa quattro volte il percorso tra la Terra e la Luna, oltre un milione di chilometri.
Alle visite alle diocesi italiane si è sempre preparato con lo stesso impegno e i suoi discorsi hanno rappresentano spesso moniti all'intera Nazione. Il Papa polacco ha esercitato così il suo ruolo di Primate d'Italia, che ha liberato da quei legami troppo stretti con il mondo politico già molto allentati nel pontificato di Montini. A giugno '93, nella valle dei Templi di Siracusa, aveva lanciato il suo anatema contro la mafia, che ha poi risposto con le bombe a San Giovanni in Laterano ed a San Giorgio al Velabro. Nel settembre successivo, da Asti, aveva messo in guardia dai rischi di una difesa violenta e arrogante dei particolarismi e invitato a rafforzare il senso dello Stato.
E nella visita a Siena, nell'aprile '96, ha condannato con forza i rischi di un capitalismo privo di riferimenti etici.
Come ha scritto "Le Monde" in un commento alla «Veritatis Splendor», Giovanni Paolo II non ha infatti mai rinunciato a battersi, ingaggiando «il terzo grande combattimento della sua vita": sfidando, dopo il nazismo ed il comunismo, «l'amoralità della società moderna, la corruzione dei sistemi politici, i progressi perversi delle scienze, le esagerazioni del capitalismo selvaggio, le nozze tra libertà e licenza».

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