Domenica 16 Dicembre 2018 | 06:47

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Karol Wojtyla, il grande nemico del «muro»

CITTA' DEL VATICANO - «L'elezione del cardinale di Cracovia e la sua prima visita in Polonia nel 1979 sono state uno dei principali segnali per le forze controrivoluzionarie. L'agosto polacco (del 1980, dal quale nacque Solidarnosc, n.d.r.) non sarebbe stato possibile se a Roma non ci fosse stato un papa polacco». Fonte e data sono significative: lo scrivono, l'11 luglio 1982, la 'Tass', le 'Izviestia' e vari altri giornali sovietici, in un duro attacco a Papa e Chiesa polacchi, con l'autorevolezza che quindi deriva dalla necessaria approvazione del Cremlino.
Il pensiero corre alla cosiddetta pista bulgara, all'ostilità verso l'uomo che è ritenuto una delle cause principali, se non la principale, della sconfitta del comunismo. Quella contro la «tragica utopia» del marxismo è stata in effetti la grande battaglia di Giovanni Paolo II. Luogo centrale dello scontro la Polonia, naturalmente. Ma è stata guerra a tutto campo. Lo si è visto subito: a Puebla, in Messico, il 28 gennaio 1979, Wojtyla è Papa da tre mesi, al suo primo viaggio all'estero: parla alla III assemblea dei vescovi di un'America latina nella quale sono vive le analisi marxiste della teologia della liberazione. E la sua è la sconfessione frontale delle cosiddette Chiese popolari e dei movimenti cattolici filocomunisti. Cose che ripeterà nel 1983 in Nicaragua, quando lo si vedrà redarguire Ernesto Cardenal, uno dei preti che fanno parte del governo sandinista. Quello stesso anno, in occasione del suo secondo viaggio in patria, il periodico clandestino «Wola» (che vuol dire «volontà» o, nella antica accezione del termine, «libertà») scrive che i lavoratori polacchi si attendono dalla visita del Papa un'amnistia generale, una rinascita morale della nazione, senso dell'unità e spinta per uscire dalla situazione di crisi e chiedono, tra l'altro accesso della Chiesa ai mass media che coprono il viaggio, per evitare distorsioni della verità.
Giovanni Paolo II in certo senso non è un anticomunista 'visceralè: il comunismo l'ha combattuto in quanto convinto che fosse un'ideologia nemica delle fede e quindi della verità e dell'uomo, un peccato insomma. Al marxismo ha riconosciuto che «le esigenze dal quale aveva preso storicamente le mosse, erano reali e gravi», come disse a Riga il 9 settembre del '93.
«La situazione di sfruttamento - spiegò - a cui un inumano capitalismo aveva sottoposto il proletariato fin dai primordi della società industriale rappresentava infatti un'iniquità che anche la dottrina sociale della Chiesa apertamente condannava. Questa, in fondo - commentò - era l'anima di verità del marxismo». Quello stesso anno, sempre a proposito di comunismo, parlò di «semi di verità» ed anni prima, in un'intervista a Radio vaticana del 14 aprile 1987, rispondendo ad una domanda sul marxismo, ammise le «buone intenzioni» dei marxisti. «Io non dubito - aveva detto tra l'altro - delle buone intenzioni, però le buone intenzioni devono essere anche come in ogni atto umano ben sincronizzate con il bene oggettivo, con la oggettività, cioè con la verità».
Il comunismo, dunque, prima di tutto menzogna sull'uomo, raccontata all'uomo. Un male che proprio in quanto peccato ferisce anche i suoi servitori. «Tutti coloro che questo sistema totalitario ha toccato in un modo o nell'altro - affermò il 10 gennaio 1992, parlando al Pontificio consiglio per la cultura - i suoi responsabili e i suoi partigiani come i suoi più irriducibili oppositori, sono divenute sue vittime. Quanti hanno sacrificato all'utopia comunista la loro famiglia, le loro energie e la loro dignità prendono coscienza di essere stati coinvolti in una menzogna che ha assai profondamente ferito la natura umana».
Il Papa che ha detto e scritto tante volte «la verità vi farà liberi», non può non combattere ciò che nega quella verità. Che per lui è la fede. Nell'aprile del 1990, parlando del suo viaggio in Cecoslovacchia, per descrivere la situazione di quella Chiesa parlò di «pietra del sepolcro». «La pietra del sepolcro - disse - chiudeva ermeticamente l'entrata alla Chiesa in Boemia, Moravia e in Slovacchia. Il sistema dell' ateismo politico e della programmata oppressione della Chiesa in Cecoslovacchia era particolarmente impenetrabile». Il marxismo, disse ancora a Riga, nel '93, «toglieva alla persona il riferimento trascendente» rendendola «poco più che goccia nell' oceano». «E' così potuto accadere che in nome della classe o di un presunto bene della società, le singole persone venissero oppresse o addirittura soppresse».
Da questa base ideologica nacque lo scontro. Qualcuno, anni dopo, ipotizzò che negli anni '80 l'allora presidente Usa Ronald Reagan avesse trovato nel Papa un alleato per tenere in vita Solidarnosc e destabilizzare l' Europa dell'est. Una vera e propria alleanza anticomunista, poi estesa anche all'America latina, che avrebbe avuto tra i principali esecutori il direttore della Cia, William Casey, il quale avrebbe regolarmente incontrato e informato il Papa. L'ipotesi di una alleanza concreta è stata smentita da più parti e sembra presentare aspetti fantasiosi: vera o no, è comunque significativa del ruolo che veniva attribuito a Giovanni Paolo II nella lotta al comunismo. Nel 1982 papa Wojtyla teorizzò anche la necessità di raccogliere nelle fabbriche, con preti ma anche con laici ben preparati, la «sfida» posta da grandi spiriti che «hanno influenzato il movimento operaio, tra i quali determinanti sono state le tendenze segnate da ideologie atee, dal marxismo in specie».

Di questa lotta di dimensioni mondiali, la Polonia è stata il cuore e Solidarnosc, il primo sindacato libero del mondo comunista, l'arma vincente. Wojtyla ha promosso e difeso Solidarnosc, del quale, secondo alcuni, avebbe anche approvato il nome (solidarietà); l'ha sostenuto, sembra, anche economicamente, ne ha ricevuto e protetto i capi, ne voleva fare un modello, e per questo l'ha portata spesso ad esempio, per tutta l'Europa postcomunista. Per la Polonia, in un'occasione formale e solenne, come il discorso al corpo diplomatico accreditato in Vaticano, il 16 dicembre 1982 criticò gli accordi di Yalta, denunciando il perdurare di «ripartizioni in sfere di egemonia» che «attentano alla libera espressione della volontà delle nazioni» e limitano la «sovranità altrui"; il 26 agosto 1988 disse che «nello Stato non può essere sovrano un solo gruppo o un solo partito a spese di tutto il popolo e dei suoi diritti». A dicembre 1988 criticò le «cattive tradizioni degli ultimi decenni» della politica in Polonia, alle quali bisognava porre fine con «radicali cambiamenti» perché hanno provocato «enormi danni», privando il popolo della propria «sovranità».
Per questo tra le immagini simbolo del pontificato resta quella del 23 giugno 1996, con Giovanni Paolo II che passa sotto la porta di Brandeburgo. «La porta di Brandeburgo - affermò in quell'occasione - è stata occupata da due dittature tedesche. Ai dittatori nazionalsocialisti serviva da imponente scenario per le parate e le fiaccolate. E' stata murata dai tiranni comunisti. Poichè avevano paura della libertà gli ideologi trasformarono una porta in un muro». Ma in un'intervista del 1993 alla Stampa disse che è stato il cristianesimo e non il Papa ad avere «un ruolo determinante» per la caduta di quel Muro. Allo stesso modo, più volte, ha detto che dietro quell'evento non poteva non essere visto un intervento provvidenziale, divino. Del quale, come dell'intera sua vita, vuole essere strumento: quando compì 75 anni, nel '95, ringraziò Dio per essere vissuto «in un momento di svolta epocale per l'Europa, per il mondo e per la Chiesa».
Il Papa che ha conosciuto direttamente e fisicamente la morsa delle due grandi ideologie totalitarie del XX secolo è tornato più volte a sottolinearne il contrasto con il Cristianesimo. Lo ha fatto anche nel libro che è uscito in questo primo scorcio del 2005 «Memoria e indentità», collegandolo all'attentato di Ali Agca. L'attentato del 13 maggio 1981, fu «commissionato» e fu opera di «una delle ultime convulsioni delle ideologie della prepotenza, scatenatesi nel XX secolo... La sopraffazione - spiega nel libro Wojtyla - fu praticata dal fascismo e dal nazismo, così come dal comunismo. La sopraffazione motivata con argomenti simili si è sviluppata anche qui in Italia: le Brigate Rosse uccidevano uomini innocenti e onesti».
Franco Pisano

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