Mercoledì 12 Dicembre 2018 | 17:25

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Il Boss pentito: «Così il suo anatema contro la mafia ci cambiò»

PALERMO - «Ero un mafioso agli ordini dei boss di Brancaccio quando il 9 maggio 1993 il Papa lanciò dalla Valle dei Templi di Agrigento l'anatema contro di noi. Non ricordo bene le parole, ma da allora in Cosa nostra si cominciò a vociferare che la Chiesa cominciava ad essere diversa». Sono le parole dell'ex sicario, Salvatore Grigoli, l'uomo che ha ucciso don Pino Puglisi il 15 settembre 1993 e che dopo il suo arresto ha iniziato a collaborare con la giustizia, chiedendo anche perdono alla Chiesa.
Grigoli nel luglio 2000 avrebbe dovuto testimoniare il suo pentimento, nel senso cristiano del termine, nella sala Paolo VI di Città del Vaticano, durante una manifestazione giubilare sulla redenzione, che si svolgeva davanti al Papa. Ma i giudici della Corte d'Assise che allora lo processavano per aver commesso omicidi non diedero l'autorizzazione e il killer, condannato a 16 anni per l'uccisione del parroco di Brancaccio, non ebbe la possibilità di recitare il suo «mea culpa» davanti a Giovanni Paolo II.

«La Chiesa di Don Puglisi - ha spiegato Grigoli in un'intervista rilasciata a Famiglia Cristiana - era diversa da quella che eravamo abituati a conoscere. Per Cosa nostra la Chiesa era quella che, se c'era un latitante, lo nascondeva. Non perché era collusa, ma perché aiutava chi aveva bisogno. Un territorio neutro, ma tutto ciò è venuto a mancare negli ultimi anni».
Il pentito sottolinea che i mafiosi non erano abituati a scontrarsi con la Chiesa. E il monito lanciato dodici anni fa da Giovanni Paolo II, sarebbe stato letto dalle cosche come una «sfida». Tanto che gli inquirenti, in un primo momento, ipotizzarono che le parole del Papa avrebbero indotto i boss a reagire nel luglio di quello stesso anno con gli attentati alle chiese di San Giovanni in Laterano e di San Giorgio al Velabro.
«Ma le bombe in queste chiese - ha sostenuto Grigoli - non furono messe per le parole del Papa. Era tutta un'altra storia. Rientra in una strategia stragista di Cosa nostra contro le istituzioni».

Di certo l'anatema di papa Wojtyla, che stringendo il crocifisso e alzando il dito verso il cielo lanciò una «scomunica» contro i mafiosi, segnò una «rottura» definitiva nel complesso rapporto tra la Chiesa e Cosa Nostra. «Dio - gridò ai piedi del Tempio della Concordia - ha detto 'non uccidere': nessuna agglomerazione umana, mafia, può calpestare questo diritto santissimo di Dio».
«Questo popolo siciliano - aggiunse il Papa - talmente attaccato alla vita, che ama la vita e dà la vita, non può vivere oppresso sotto la pressione di una civiltà contraria, la civiltà della morte». E definì la mafia e in genere i fenomeni di criminalità organizzata, «frutto dell'opera del tentatore», «peccato sociale», il «contrario» della civiltà dell'amore voluta da Dio.
I vescovi siciliani a più riprese, nel '44, nel '55 e nell'82 avevano censurato i mafiosi, ma mai un Papa aveva pronunciato parole così decise e ferme. L'eco fu vastissima; le parole e le immagini del Papa dalle Valle dei Templi di Agrigento fecero il giro del mondo.
Ma il grido di Agrigento e l'appello ai mafiosi «convertitevi: una volta verrà il giudizio di Dio», non sono l'unica presa di posizione di Giovanni Paolo II contro la criminalità mafiosa.
Lo stesso giorno dell'omelia, incontrando i genitori del giovane giudice Rosario Livatino, assassinato il 21 settembre 1990, aveva definito i magistrati uccisi dalla mafia «martiri della giustizia, indirettamente della fede». E la condanna dei mafiosi era stata ripetuta in seguito durante un viaggio a Catania e Siracusa. Giungendo a Catania Giovanni Paolo II aveva invitato la Sicilia ad «alzarsi in piedi» e ai detenuti del carcere minorile catanese aveva ricordato che «chi si rende responsabile di violenze e sopraffazioni macchiate di sangue umano dovrà risponderne davanti al giudizio di Dio».
Lirio Abbate

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