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L'Italia, paese prediletto e patria d'adozione

il Papa sofferente ROMA - Il primo Papa slavo e l'Italia: un rapporto di amore reciproco che ha accompagnato tutto il lungo pontificato di Wojtyla, a cominciare da quella famosa frase pronunciata nel lontano 16 ottobre 1978 («Non so se posso bene spiegarmi nella vostra... nostra lingua italiana. Se mi sbaglio mi correggerete»), che assicurò subito al neo-pontefice le simpatie nazionali, fino alla storica visita a Montecitorio del 14 novembre 2002.
L'Italia è per Giovanni Paolo II una seconda patria: è la sua «diletta Nazione», dove - primo straniero a sedersi sul trono di Pietro dopo oltre quattro secoli di italiani - ha aperto un nuovo capitolo nella storia delle relazioni tra papato e scena politica. Rispetto ai suoi più immediati predecessori, coinvolti a diversi livelli negli equilibri politici e nella dinamica sociale nazionale, Karol Wojtyla non ha badato a prudenze e tatticismi ed ha trasferito in Italia il suo modello «polacco», di una Chiesa impegnata direttamente, ma più verso «la nazione», che nei confronti del sistema partitico. Non è una casualità della storia se è stato il primo Papa a visitare il Parlamento italiano; ai deputati e senatori ha consegnato un discorso programmatico per costruire un Paese basato sulla coesione e la solidarietà, saldamente ancorato alle sue radici cristiane, capace di affrontare le sfide del futuro.
Giovanni Paolo II ha visto, nel suo lungo pontificato, la vecchiaia, il crepuscolo e la fine della Dc, quindi della tradizionale rappresentanza politica unitaria dei cattolici italiani. All'epoca della sua elezione, nel 1978, ha trovato un cattolicesimo italiano percorso dalle inquietudini post conciliari, una Chiesa sulla difensiva, sconfitta nel referendum sul divorzio e poi in quello sull'aborto, una società in cui i vescovi vedevano i «segnali allarmanti» dello sbando morale.
Nel suo storico discorso al convegno ecclesiale di Loreto nel 1985, Giovanni Paolo II richiamò i cattolici a tornare a «farsi forza trainante» nell'avvenire del Paese. Il Papa, già in quegli anni, lanciava la Chiesa cattolica italiana nella battaglia a difesa della vita umana e della famiglia basata sul matrimonio, contro quella che riteneva la cultura della morte rappresentata dall'aborto e dall'eutanasia, anche se, fino agli inizi degli anni '90, la Dc era considerata oltretevere l'unico possibile referente politico per la difesa dei valori cristiani. Con la scomparsa della Democrazia cristiana e il fallimento dei tentativi di dar vita ad un unico partito di riferimento cattolico, il Papa domandò alla Chiesa, nel convegno di Palermo del 1995, di fare politica ancor più di prima, ma senza delegare nessuno, per difendere i valori e l'unitarietà cristiana del Paese. Scelse cioè la strada di dare sì coscienza al potere, ovunque si trovassero i cattolici, ma anche potere alla coscienza ovvero alla forza morale e sociale del cristianesimo.
Il dialogo senza intermediari tra il Papa e la società italiana, anche sui problemi sociali e politici più spinosi, ha caratterizzato il «regno» di Giovanni Paolo II. La parità scolastica e le sovvenzioni economiche per le scuole cattoliche, la difesa della famiglia basata sul matrimonio contro la legalizzazione di ogni altra forma di convivenza, la tutela della dignità umana contro le sperimentazioni genetiche e le biotecnologie, la difesa della vita, dal momento del concepimento a quello della morte naturale, sono stati i temi che Wojtyla, anche vecchio e malato, è andato ripetendo sempre con forza, sia nei grandi raduni pubblici dei cattolici sia negli incontri con i suoi interlocutori ufficiali italiani.
Nel lungo pontificato di Giovanni Paolo II sono transitati, oltre ad un gran numero di presidenti del Consiglio, anche quattro presidenti della Repubblica: Pertini, Cossiga, Scalfaro e Ciampi. E, a questo proposito, è singolare rilevare che i rapporti più informali il Papa li ebbe proprio con il più laico dei Capi di Stato, con il socialista Sandro Pertini; con lui, si recò sull'Adamello, nel 1984, dove fece una famosa sciata, mentre l'altro lo guardava ammirato, fumando la pipa.
Nonostante il modo militante di concepire la presenza ecclesiale sulla scena italiana, proprio al pontificato di Wojtyla si deve la firma, nel febbraio 1984, della revisione del Concordato tra Stato Italiano e Chiesa, che ha aggiornato i Patti Lateranensi del 1929, sulla base della Costituzione repubblicana, svuotandoli della loro componente confessionale.
Ma a parte ogni analisi politica, dalla gente comune Wojtyla viene però percepito soprattutto come un pontefice che vive il suo pontificato integrandosi anche nella cronaca della Nazione, condividendo vita ed emozioni con gli italiani. Indimenticabili sono le immagini di Karol Wojtyla, ancora giovane Papa, tra i terremotati della Campania e della Basilicata, nel novembre 1980, come quelle più recenti, del gennaio 1998, quando ormai vecchio si è recato tra quelli dell'Umbria e delle Marche. Come rimarranno impresse nella memoria le parole di fuoco che pronunciò contro la mafia nella Valle dei Templi ad Agrigento nel 1993. «Non avete diritto di uccidere innocenti - gridò ai mafiosi - Un giorno arriverà anche per voi il giudizio di Dio».
E anche in questi ultimi anni il rapporto speciale di Giovanni Paolo II con l' Italia non si è mai indebolito. Basti ricordare l'emozione messa nell' appello del 29 aprile del 2004 per gli ostaggi italiani in Iraq: «liberateli, in nome di Dio». E ancora i cordiali rapporti con i vertici istituzionali della Repubblica: il 16 gennaio scorso il Presidente Ciampi e la moglie sono a colazione dal Papa e il 18 febbraio (nel periodo di permanenza in Vaticano del Papa tra i due successivi ricoveri al Gemelli) l'annuncio dell'intenzione del Pontefice di recarsi in visita al Quirinale il 29 aprile.
Elisa Pinna

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