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«Così abbiamo deciso il blitz»

ROMA - Il blitz che ha permesso di portare in salvo Rino Santilli, l'uomo che ha minacciato di buttarsi dalla cupola di San Pietro nel primo pomeriggio, è scattato quando i vigili del fuoco hanno capito che non c'erano margini di rischio nè per Rino Santilli, nè per loro. E' bastato uno sguardo di Camillo Perugini, responsabile dell'intervento, a dare il via al fulmineo intervento della squadra.
Dopo quasi un'ora di tentativi senza successo da parte della sicurezza vaticana e l'intervento di un prelato, la decisione di intervenire è stata presa in pochi secondi.
«Gli abbiamo spiegato che i vigili del fuoco sono ambasciatori dell'Unicef e quindi hanno a cuore la sorte dei bambini - racconta Antonio Antonucci, il primo pompiere a saltare la balaustra - Anche noi abbiamo figli e gli abbiamo spiegato che se riuscivamo a salvarlo stasera potevamo tornare da loro». Tecniche di persuasione che i vigili del fuoco conoscono bene, abituati come sono ad intervenire nelle emergenze più diverse.
Ma mentre a turno i pompieri dialogavano con l'uomo, la squadra si preparava ad entrare in azione: gli uomini si legavano i potenti cavi ai cinturoni, pronti a lanciarsi oltre la balaustra sul tetto della cupola. Un'azione preparata silenziosamente, con movimenti sincronizzati. «L'intervento che abbiamo compiuto oggi pomeriggio - è ancora Antonucci a raccontare - non è più pericolosa di altre azioni, come salvare qualcuno in un pozzo. In questo caso - ammette - la situazione era piuttosto complicata a causa del luogo».
Altri vigili del fuoco, mentre era in corso la mediazione con l'uomo, avevano sistemato un telone e un cuscino gonfiabile su una terrazza a circa 50 metri e, quindi, troppo in basso. «Se l'uomo si fosse buttato - ammettono Perugini e Antonucci - si sarebbe comunque ferito. Prima di afferrarlo siamo riusciti a fissarlo con un cinturone e poi lo abbiamo abbrancato e sollevato tirandolo all'interno della ringhiera». L'uomo si era assicurato con una corda ad un cinturone da muratore che teneva nella parte bassa del corpo e che non lo avrebbe assolutamente retto. «Prima siamo riusciti a convincerlo a tenerla più su della vita, quasi sotto le ascelle, poi gli abbiamo passato uno dei nostri cinturoni».
Avete avuto paura di non farcela? «No, per noi che siamo dell'aerosoccorso, questo tipo di intervento non è così inusuale. Il nostro è sempre un lavoro di squadra. Ognuno di noi da solo può fare ben poco», spiega Antonucci che con il suo compagno, Alessandro Molinari interviene quotidianamente dall'elicottero per prestare soccorso in situazioni di emergenza. «Per noi è tutto naturale, è come per un medico quando opera nel suo ambiente. La cosa importante è la soddisfazione che nessuno si è fatto male. Non abbiamo fatto nulla di eccezionale», conclude Antonucci.

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