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Ma dov'è l'economia sociale?

Luca Cordero di Montezemolo, presidente Confindustria BARI - In uno scalpiccio di scarpe tirate a lucido, almeno quanto le belle macchine pulite e splendenti parcheggiate fuori dagli stand, si è concluso a Bari il «Convegno nazionale della Piccola industria» di Confindustria. Due giorni di lavori in cui i piccoli imprenditori sono stati messi al centro del mondo.
«L'economia siamo noi» esclama in conclusione del suo discorso il presidente Luca Cordero di Montezemolo, in uno scatto di voce che strappa l'applauso ad una platea che vuoi per l'orario, vuoi per la fame, incominciava discretamente a disperdersi lungo la moquette azzurra che ricopriva lo stand della Fiera del Lavante, dove si sono svolte le due giornate di lavoro.

Tutto il gotha dell'imprenditoria pugliese è stato presente a quest'appuntamento, felice di potersi presentare alla corte di «Re» Montezemolo e tante attese non sono state deluse. Lo si leggeva nella soddisfazione di chi passeggiava lungo gli stand, nell'«imprenditorialismo rampante» che aspettava solo un'occasione del genere per dimostrare il proprio valore al presidente di Confindustria, simbolo esso stesso del successo.

Due giorni per parlarsi e ascoltare, dibattere sui problemi che l'economia e l'impresa italiana stanno attraversando, per cercare insieme una soluzione condivisa, era probabilmente questo l'obiettivo che si voleva raggiungere, ma che non si è pienamente conquistato, persi in una vetrina di vestiti scuri e cravatte dal nodo largo, hostess in minigonna e discorsi di accredito politico da parte di entrambe le parti presenti.
E' mancato il respiro lungo: non c'è stato molto spazio per una programmazione condivisa o per progetti unitari. Quando un sistema socio-economico si filaccia ci sono due strategie da poter seguire per uscire dalla crisi: cercare di traghettare se stessi in salvo, anche a costo di calpestare gli altri o stringersi insieme, pianificare un coordinamento ed obiettivo condiviso tra tutte le forze sociali per riuscire insieme ad emergere. E' il modello del mutuo soccorso, dello sviluppo sostenibile, della coralità sociale dove insieme si superano le crisi, si suddividono i ricavi. Il singolo guadagna meno, ma la collettività ne esce più rafforzata. Questa visione corale è mancata.

La prima giornata è stata scandita da una riunione a porte chiuse tra gli imprenditori locali e i vertici di Confindustria, dove tutto si è risolto in una carrellata di racconti su «quanto siamo bravi» o di lacrime sui bisogni negati; i lavori sono continuati in chiave più istituzionale tra tavole rotonde e convenevoli con la testa di tutti già proiettata al domani, nell'attesa del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e nel discorso conclusivo di Luca Cordero di Montezemolo.

«Mi sarebbe piaciuto che qualcuno mi avesse chiesto 'presidente lei è depresso?'. Io avrei risposto: no. Non sono depresso, anzi sono gasatissimo». Il premier Berlusconi ha espresso così il proprio stato d'animo iniziando a parlare agli industriali riuniti a Bari. «Il periodo di preoccupazione - ha detto riferendosi anche alla situazione internazionale - l'abbiamo ormai alle spalle». E giù a sciorinare tutto quello che il Governo ha fatto in questi anni per gli imprenditori (l'iniziativa che ha riscosso più successo di platea è stata l'abolizione dell'imposta di successione); sul «Presidente del Consiglio che fa l'agente di commercio all'estero per i prodotti italiani; spiegando che «al Governo c'è un imprenditore e quindi figuratevi se non è attento ai problemi dell'impresa, mentre figuratevi se queste stesse iniziative possono essere portate avanti da un professore universitario (la frecciatina è a Romano Prodi, che il giorno prima aveva tenuto il suo discorso a favore del Sud e del suo sviluppo e che ha prontamente risposto da Bologna 'Quello di professore non è mica un lurido mestiere. Fa piacere dopo che sono stato quasi tre anni presidente del Consiglio e per cinque anni nella Commissione europea, essere ancora definito professore. Vuol dire che crede ancora nella mia saggezza'); per concludere che siamo diventati più simpatici al mondo e che, per capire come il comunismo porta morte e distruzione, «leggete l'Unità, ma non compratela, fatevela prestare».

Un discorso durato un ora con l'assemblea che ha ascoltato in silenzio per la prima mezz'ora e poi cercava di sottolineare con qualche applauso, ma i tentativi apparivano quasi pilotati da una claque di fedelissimi, mentre non sono mancati anche alcuni fischi. L'unica notizia che il premier ha dato per certa è l'abolizione dell'Irap dalla finanziaria del 2006 (sottolineata da un'ovazione), per il resto «i pessimisti non raggiungono risultati concreti» ha detto in chiusura «solo gli ottimisti ci riescono». L'applauso finale è stato sollecitato da un «il petrolio del nostro Paese sono gli imprenditori. Viva l'impresa, viva l'Italia».

E' mancato uno scenario di lungo termine e nei commenti in fondo alla sala si sprecavano gli aggettivi del tipo «scontato», «prevedibile», «oramai è sempre la solita solfa».

Si attendeva più anima dall'intervento di Montezemolo, ma il cuore non ha avuto molto spazio in un discorso tutto tecnico ed economico. Al centro il Mediterraneo come area di sviluppo da sostenere, la competitività e la concorrenza delle imprese da difendere, per affermare l'industria turistica che faccia dell'Italia il leader mondiale nel settore.
Nessun accenno ad una programmazione ambientale che pure è base imprescindibile per un turismo di qualità e non solo di quantità, la preoccupazione per un approvvigionamento energetico troppo costoso che obbliga gli imprenditori «a pagare il prezzo di vecchie scelte sbagliate». Montezemolo non ha aggiunto altro, ma il riferimento alla risorsa nucleare bocciata dal referendum è sembrato abbastanza chiaro, dimenticando di essere in una regione dove a Brindisi i cittadini pagano ancora un alto prezzo sociale per impianti che producono energia.

Certo i toni da fare gruppo o lavorare in squadra non sono mancati, conditi da slogan «bisogna collaborare per competere», «dobbiamo rimboccarci le maniche», «serve una visione condivisa del nostro Paese, perché dobbiamo decidere tutti insieme - governo, forze politiche, sindacati e associazioni di impresa - se questo Paese vuole confermare o no la sua vocazione industriale». In chiusura qualche passaggio ha lanciato spunti interessanti e soprattutto più coinvolgenti (tanto che la platea ha più volte sottolineato con applausi): «Io sogno un Paese con più innovazione, più concorrenza e più solidarietà. Scegliamo il dialogo - ha enfatizzato Montezemolo - serve più coraggio per guardare le ragioni delle difficoltà. Garantendo il potere di acquisto dei lavoratori più deboli» e ancora «l'imprenditore ha una grande responsabilità sociale, prima nei confronti dei lavoratori, poi degli azionisti».
E' l'ultima fiammata di argomenti che forse meritavano di essere affrontati con più energia, è il cuore stesso del nostro Paese per il quale «serve una politica alta con senso dello Stato ed impegno civile», è la chiusa di Montezemolo, il solo futuro possibile per l'Italia.

Rita Schena

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