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Iraq, Berlusconi non andrà in Parlamento

ROMA - Silvio Berlusconi non andrà in Parlamento. Sulla crisi irachena, assicura il premier in una lettera a Pier Ferdinando Casini, non ci sono novità. Palazzo Chigi, al termine di 48 ore di passione, afferma che non ci sono elementi tali da giustificare un intervento in Aula. Una posizione che l'Unione non digerisce. Romano Prodi e gli altri leader del centrosinistra insistono e ribadiscono la richiesta di ieri: il presidente del Consiglio ha fatto un disastro, attaccano, ora deve venire a spiegarsi in Parlamento.
Per il terzo giorno consecutivo l'attenzione del mondo politico italiano si concentra sul Cavaliere e l'Iraq. L'annuncio di un ritiro delle truppe italiane da Nassiriya, l'altro ieri da Bruno Vespa. Gli interventi decisi di Washington e Londra, il cambio di rotta del premier, la lettera al presidente della Camera, che in mattinata si è messo in contatto con Gianni Letta per chiedere lumi. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio assicura: una missiva chiarirà la posizione del governo. E Berlusconi, senza dubbio, è molto chiaro: «Non ci sono elementi di novità tali da giustificare un mio apposito intervento alla Camera dei Deputati», scrive a Casini.
Il centrosinistra non ci sta e si muove in due direzioni: la critica dura, feroce e sferzante contro il «disastro, la figuraccia, il dilettantismo, la retromarcia» del premier; l'insistenza per ottenere un dibattito parlamentare con il quale il governo possa chiarire la propria posizione. Ci si ritira dall'Iraq a settembre, chiede l'opposizione, o facciamo finta che non sia successo nulla? E' Romano Prodi a dettare la linea. «E' chiaro che il presidente del Consiglio è stato sgridato - ironizza il Professore - prima ha fatto uno strappo, cogliendo l'amarezza del popolo italiano, poi ha smentito. Tutta Italia ha molto partecipato e sofferto per questa guerra, abbiamo tanti soldati là e abbiamo avuto dei caduti. Credo che abbiamo il diritto di sapere che cosa vuole fare il governo nel futuro». Prodi, che ha avuto continui contatti telefonici con Francesco Rutelli e Piero Fassino, invita dunque l'Esecutivo a presentarsi al più presto davanti alle Camere per fare chiarezza.
Posizione condivisa da tutto il centrosinistra, dalla Fed a Rifondazione. Se Rutelli afferma che «Berlusconi ha fatto il ritiro del ritiro», con una retromarcia dopo che Bush lo ha rimesso in riga, il segretario dei Ds Fassino è ancora più duro: «Non capisco se il premier prende per i fondelli gli italiani o il presidente degli Stati Uniti. Sarebbe un gesto di sensibilità e di serietà se venisse in Parlamento a dire che intenzioni ha». Secondo i dirigenti della Federazione dell'Ulivo Vannino Chiti e Dario Franceschini, il confronto parlamentare diventa ora tanto più urgente perchè il «pressappochismo» di Berlusconi ha esposto la politica estera italiana a una figuraccia senza precedenti.
Un confronto che però, dopo la lettera di Berlusconi a Casini, per adesso non ci sarà e tutta la questione, almeno per quel che riguarda eventuali passaggi parlamentari, viene rimandata alla ripresa dei lavori dopo la pausa di Pasqua e le elezioni regionali. La strategia dell'Unione comunque non cambia: battere il ferro finchè è caldo, insistere fino a quando Berlusconi non sarà costretto a presentarsi in Aula. Per ora resta l'ironia riversata sul governo. I capigruppo Ds e Dl a Palazzo Madama Gavino Angius e Willer Bordon suggeriscono: «Se Berlusconi ha paura», allora venga in Senato il ministro degli Esteri Gianfranco Fini. Massimo D'Alema consiglia invece agli alleati di lasciare perdere: «Berlusconi è già stato da Vespa e quello che doveva dire lo ha detto a Bush. Perchè dovrebbe venire in Parlamento?».
Fabrizio Nicotra

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