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Giornata critica per Berlusconi

ROMA - E' stata la giornata più critica per Silvio Berlusconi, stretto tra la polemica sul ritiro dall'Iraq e le dimissioni del ministro delle Riforme Calderoli (subito respinte). Ma se sul primo fronte il premier è riuscito a difendersi con una ritirata strategica, sul secondo si è trovato improvvisamente catapultato in prima linea dalla Lega che denuncia di essere finita vittima del «fuoco amico» nella battaglia del federalismo.
In realtà la sortita dei lumbard, dal sapore più che altro dimostrativo, era nell'aria dopo le ripetute mancanze del numero legale al Senato. Il fatto che oggi la seduta sia stata sospesa e rinviata alla settimana prossima, mette a rischio la possibilità di approvare il testo entro Pasqua, come il Cavaliere aveva promesso a Bossi. Difficoltà dovute all'ingorgo legislativo verificatosi a palazzo Madama o alle resistenze di alcuni settori della maggioranza? Calderoli non ha dubbi e parla di «sabotatori» del patto fondante della Cdl. Maroni è un poco più ottimista, ma avverte che senza il voto delle riforme nei tempi concordati il Carroccio dirà «arrivederci e grazie». Berlusconi ha ribadito che la tabella di marcia sarà rispettata e Giovanardi si è affrettato a sottolineare che le dimissioni di Calderoli costituiscono semmai uno stimolo ad accelerare i tempi, ma l'opposizione parla di una maggioranza sotto ricatto, ostaggio dei lumbard.
Un fatto è certo: la clamorosa lite a pochi giorni dalle elezioni regionali, con tutto il suo strascico di rimproveri e sospetti tra alleati, è un colpo all'immagine del centrodestra. Berlusconi ne esce come un leader che ha difficoltà a ottenere dalla sua maggioranza il rispetto degli impegni presi.
La difficoltà si somma a quella registrata sul possibile disimpegno dall'Iraq, un annuncio che il premier ha voluto fare nel salotto di Porta a porta ma che sembra essersi risolto in un boomerang politico. Il presidente del Consiglio afferma di non essersi corretto su nulla e di essere vittima di un caso creato dalla disinformazione di certa stampa: l'Italia è in Iraq per aiutare la crescita della democrazia, spiega, ma non ci rimarrà a vita; quando le forze irachene che stiamo addestrando saranno in grado di assicurare l'ordine e la sicurezza, il nostro Paese - d'intesa con gli alleati - potrà cominciare un progressivo disimpegno.
E' vero, come si ricorda da Forza Italia, che si tratta di quanto previsto dalla Conferenza di Sharm El Sheik, ma è anche vero che la sortita berlusconiana ha creato allarme alla Casa Bianca e a Downing Street: è lo stesso premier a riconoscerlo implicitamente quando dice di aver assicurato a Bush che nella politica estera italiana non è cambiato nulla.
Ciò consente a Prodi di dire che Berlusconi è stato «sgridato» dagli alleati e a Fassino di chiedersi chi il Cavaliere stia prendendo in giro, l'opinione pubblica italiana o il presidente degli Stati Uniti. In giornata palazzo Chigi ha fatto sapere di aver informato ufficialmente il Quirinale sulla situazione politico-diplomatica, e Ciampi ha prontamente sottolineato come il valore da difendere, dopo l'ultimo vertice Usa-Ue, sia l'unità dell'Europa che sembra aver superato le dannose divisioni sulla guerra. Come dire che certe fughe in avanti possono compromettere il work in progress della strategia d'uscita dall'Iraq. Infatti, osserva Violante, a questo punto il problema non è più il ritiro puro e semplice delle truppe, ma un"uscita concordata che non abbandoni il popolo e il governo iracheni a se stessi. La Conferenza internazionale per l'Iraq e lo start up della democrazia a Baghdad sono stati al centro di tutti i contatti informali intercorsi tra maggioranza e opposizione, ma anche tra le cancellerie occidentali e in qualche modo coinvolgono la futura strategia su tutto lo scenario mediorientale.
Sullo sfondo non si placano nemmeno le furibonde polemiche determinate dall'esclusione della lista di Alessandra Mussolini nel Lazio. Si affaccia il caso di misteriosi hacker che avrebbero violato i computer del Campidoglio alla ricerca dei dati falsi che accompagnano le firme presentate da Alternativa sociale: un fatto gravissimo, secondo il centrosinistra, una sorta di mini-Watergate se dovesse risultare implicato il governatore del Lazio Storace. Un furore, ribatte Landolfi, che conferma come la sinistra avesse puntato tutte le sue carte sulla Mussolini per battere Storace.
Pierfrancesco Frerè

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