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Il pianto dello 007 ferito dagli americani sulla bara del fraterno amico Nicola Calipari

ROMA - L'hanno visto entrare, attorniato dai suoi colleghi a fargli da scudo. Il maggiore dei carabinieri del Ros, da alcuni anni nel Sismi, ferito nella sparatoria in cui è stato ucciso il suo collega e «fraterno amico» Nicola Calipari, è tra i tanti uomini dell'intelligence che hanno affollato oggi la chiesa dei funerali.
Come gli altri si è sistemato davanti, nella fila di banchi di destra della navata centrale. Gli occhi arrossati, molti degli agenti e dei funzionari del Sismi presenti alle esequie hanno vegliato per tutta la notte la bara nella sala delle bandiere, al Vittoriano. Alla famiglia di Calipari non hanno fatto mai mancare la loro vicinanza, a cominciare dal direttore stesso del Sismi. Niccolò Pollari è sempre stato accanto alla moglie del suo funzionario (certo uno di quelli che stimava di più), sostenendola ovunque: c'era lui al fianco di Rosa, che gli si appoggiava al braccio, quando la salma è arrivata a Ciampino; sempre Pollari, nella chiesa che l'abbracciava; e poi fuori, a sorreggerla, quando la bara avvolta nel Tricolore è uscita dalla chiesa e infine al Verano.
Gli uomini del Sismi che hanno lavorato alle indagini per la liberazione di Giuliana Sgrena e quelli che hanno partecipato alla fase finale dell'operazione c'erano tutti. Uno dei più stretti collaboratori di Calipari, anche lui abbracciato e incoraggiato dai colleghi, resta fuori, non se la sente di entrare in chiesa. Era a Baghdad, quella sera, ma altrove.
Altri, dentro, ascoltano Pollari che ricorda Nicola. «Un uomo buono, corretto, leale, intelligente, provvido e determinato. Sapeva quello che voleva e i rischi che correva. E se ne dava carico per gli altri prima che per sè». C'è commozione tra gli amici dello 007 ucciso dai soldati americani. Alcuni piangono e stupisce che tra questi ci siano anche quelli ritenuti i più 'durì, con tante missioni rischiose alle spalle, magari condivise proprio con Nicola Calipari. «Era eccezionale», dice uno degli 'irachenì. Si dice che la squadra dell'operazione finale fosse composta da una dozzina di uomini, divisi in due squadre. La versione ufficiale vuole che a bordo dell'auto si trovassero solo tre persone: Calipari, ucciso sul colpo, Giuliana Sgrena e l'ex ufficiale del Ros, entrambi feriti. Subito dopo la sparatoria si erano però diffuse notizie diverse e difficili da verificare. Ancora oggi c'è chi parla di un'auto con 4 o 5 persone a bordo, condotta da un iracheno - collaboratore dell'intelligence italiana - e con a bordo anche un altro agente del Sismi che sarebbe rimasto anch'egli ferito, in modo grave. Ma questa ricostruzione non trova attualmente alcuna conferma ufficiale.
I diretti interessati non ne vogliono parlare. Qualcuno si limita a ricordare che «Nicola era un uomo preciso, un grande professionista». Un modo per dire che è impossibile che non avesse informato le autorità Usa di quello che stava facendo. «E' tra loro, tra gli americani, che qualcosa non ha funzionato. Un corto circuito informativo: qualcuno sapeva, qualcun altro no. E la pattuglia che ha sparato certo non lo sapeva», dice uno degli agenti segreti. Ma in questo momento i pensieri dei suoi colleghi vanno solo a Calipari e ai suoi familiari. Sembra perfino di cattivo gusto - adesso, davanti alla bara - parlare di altro, chiedere al maggiore del Ros che cosa ha provato in quei momenti, quando ha telefonato a Roma dicendo «Nicola è morto», con un fucile americano piantato sul volto. A momenti difficili, questo ufficiale è sicuramente abituato: ha avuto a che fare con i narcotrafficanti colombiani di cocaina e con i sequestratori di tutti gli ostaggi italiani in Iraq. Proprio a Baghdad ha visto la morte in faccia, più volte, e l'ha sempre scampata. Una volta è stato però ucciso un suo collaboratore iracheno. Un'altra è stato costretto per ore a stare sdraiato bocconi sul freddo pavimento di una moschea. Qualche giorno fa l'ha scampata per l'ennesima volta. Ma non ha voglia di ricordarlo, davanti alla bara del suo amico Nicola.

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