Venerdì 14 Dicembre 2018 | 10:31

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I soldati Usa si difendono: non siamo killer. Intanto nei più popolari blog gestiti da militari americani ricoprono d'insulti Giuliana Sgrena

NEW YORK - Tre giorni di silenzio e di parole caute affidate ai portavoce, poi è arrivato il momento della grande rabbia dei militari americani. Lo dicono misurando le virgole gli ufficiali, lo fanno capire le fonti anonime che parlano con la stampa Usa, lo gridano senza peli sulla lingua sui blog su Internet i soldati impegnati sul campo: «Non siamo killer», è il coro di reazioni alle accuse di Giuliana Sgrena e alle ricostruzioni della sparatoria di Baghdad che disegnano lo scenario di un agguato.
L'inchiesta del Pentagono su ciò che è accaduto venerdì sulla strada per l'aeroporto nella capitale irachena è entrata nel vivo ed è ora un'indagine militare formale. Le prime conclusioni che trapelano indicano che i soldati che hanno aperto il fuoco erano all'oscuro di chi fosse sull'auto. Fonti militari a Baghdad, allo stesso tempo, ammettono che era girata l'informazione sul passaggio del veicolo di «un alto funzionario d'ambasciata», ma accusano gli italiani di non aver fatto tutto il necessario sul fronte della «comunicazione preventiva». Le comunicazioni tra Usa e Italia saranno il nodo centrale delle indagini.
Dal Comando centrale (Centcom) in Florida e dalle caserme delle unità coinvolte nella vicenda, partono inviti alla cautela nel giudicare il comportamento dei soldati. E i diretti interessati, i militari in prima linea, si sfogano sui blog: è l'autista della Sgrena ad aver sbagliato, «noi siamo addestrati a prendere le decisioni giuste e seguire le regole d'ingaggio».
- LE INDAGINI E LA RICOSTRUZIONE AMERICANA: L'inchiesta è in corso e «ogni commento in questa fase interferirebbe con le indagini», spiega all'Ansa il capitano Amy Salerno da Tampa, in Florida, nella base aerea McDill da dove il generale John Abizaid e i suoi uomini controllano le forze americane sparse dal Corno d'Africa all'Asia centrale. I portavoce a Baghdad ripetono ufficialmente la stessa cosa, ma in forma anonima qualcuno ha dato al Washington Post informazioni sulla ricostruzione dei fatti su cui si sta orientando il Pentagono.
Circa 90 minuti prima della sparatoria, secondo questa versione, i soldati americani avevano realizzato un checkpoint serale improvvisato «all'ingresso della strada» e avevano fermato altri veicoli. Sapevano che «un alto funzionario di un' ambasciata» sarebbe transitato sulla strada diretto all'aeroporto e dovevano proteggerne il passaggio.
Non c'è stato però «uno specifico coordinamento tra quelli coinvolti nel salvataggio della Sgrena e l'unità militare responsabile del posto di blocco» fatale e la prima conclusione preliminare delle indagini è che i militari che hanno sparato erano all'oscuro dell'"operazione Sgrena". I soldati hanno riferito ai superiori di aver usato luci e segnali per fermare l'auto, che loro ritengono viaggiasse oltre le 50 miglia orarie (80 km orari) normali per quel tratto di strada. «Se ce lo avessero chiesto - ha detto un ufficiale americano, parlando degli italiani - avremmo messo a disposizione le risorse e il sostegno per questa missione in modo assai diverso».
- LE CASERME, NON ACCUSATE I NOSTRI RAGAZZI. «I nostri soldati vengono addestrati sulla base degli standard più alti, quei ragazzi sono il meglio del nostro paese», si sfoga Ben Abel, portavoce civile di Fort Drum, nello stato di New York. E' la base della 10ma Divisione di montagna, una delle unità che gestiscono la strada per l'aeroporto e - secondo alcune indiscrezioni - forse quella a cui appartengono i militari coinvolti (i comandi non rivelano per ora quale sia l'unità che ha aperto il fuoco).
Abel spiega all'Ansa di non poter parlare dell'inchiesta e rinvia ogni commento al Centcom, ma da un punto di vista generale ci tiene a difendere gli 'alpini d'Americà di Fort Drum. Anche il capitano Salerno, da Tampa, sottolinea la necessità di mettere la vicenda «nel giusto contesto», ricordando che «ogni giorno le forze della coalizione sono sottoposte a forte pressione e si confrontano con un ampio ricorso alla violenza». E' necessario, spiega lo staff di Abizaid, tenere in considerazione «le condizioni in cui avvengono gli incidenti».
- DAI BLOG MILITARI INSULTI A GIULIANA: Da "Blackfive" ad "American Soldier" e a "Cdr Salamander", tutti i più popolari blog gestiti da militari americani in Iraq hanno lanciato un duro contrattacco contro la Sgrena, pubblicando la sua versione e accusandola di essere «una comunista» o una «complice dei jihadisti», in alcuni casi ipotizzando che si sia inventata anche il sequestro.
Parole di stima sono riservate dai militari a Nicola Calipari e al suo sacrificio. Ma la Sgrena, nel migliore dei casi, viene considerata una «signora incazzata nera perchè il suo autista ha fatto un fottuto errore e la sua auto è stata seccata», come scrive "American Soldier", un cecchino della Guardia Nazionale che tiene anonima la propria identità.
«E' fortunata, sarebbe stata certamente una tragedia se fosse stata uccisa - aggiunge - ma la realtà è che il suo veicolo stava facendo una manovra aggressiva verso una pattuglia Usa. Punto! Noi controlliamo le strade qui per una ragione. A nessuno piace leggere che 2, 4, 6 soldati sono stati uccisi per un Vbied», la sigla con cui i militari indicano le autobombe suicide.
«Siamo stati addestrati a prendere le decisioni giuste e seguire le regole d'ingaggio - afferma "American soldier" - non possiamo stare a chiederci tutto il giorno "e se...". E' una zona di guerra e la gente muore. Io avrei fatto la stessa cosa, è esattamente ciò che sono stato addestrato a fare».
Marco Bardazzi

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