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Il direttore del Sismi: la sua vita l'ultimo grande omaggio che ha reso al Paese

ROMA - «Venerdì sera ho ricevuto l' ultima telefonata di Nicola. Le sue parole, l' enfasi delle stesse, me lo fanno ricordare in un modo diverso: lui, sempre misurato nel parlare, era gonfio di gioia e di soddisfazione»: così il direttore del Sismi, Nicolò Pollari, ha ricordato durante i funerali di Nicola Calipari, l' ultima conversazione con il «suo» funzionario.
«Era in macchina con la signora Giuliana Sgrena - ha detto - e, gonfi di gioia, mi hanno detto: «Vittoria, è libera, è qui in macchina con noi. Ti chiamo fra poco, quando saremo in salvo. Poi non mi ha chiamato più. Io lo chiamavo, con insistenza, con preoccupazione, dall' ufficio del sottosegretario Gianni Letta, per cercare di capire cosa stesse succedendo, come mai non avessimo notizie. Poi improvvisamente una telefonata, incredibile, breve, concitata. Il resto lo sappiamo tutti». Non è stato facile per Pollari, come lui stesso ha detto, parlare di Nicola Calipari, «perchè tutti noi siamo pervasi da un sentimento di profonda commozione, un sentimento di affetto, un sentimento di rabbia, un sentimento di orgoglio, ma specialmente un sentimento di profonda riconoscenza».
«Venerdì nella tarda serata - ha detto il direttore del Sismi - si sono accesi i riflettori su un uomo schivo, che non voleva pubblicità. Questi riflettori, purtroppo per lui, si sono accesi sulla sua persona, evidenziando nel momento del sacrificio tutto quello che è stato per noi e per il nostro Paese. Dirò di lui quello che sento, quello che i miei uomini del Sismi vogliono che io dica. Un uomo buono, un uomo corretto, un uomo leale, un uomo intelligente, un uomo provvido, un uomo determinato, che sapeva quello che voleva, che sapeva i rischi che correva, e che se ne dava carico prima ancora per gli altri che per sè. Tutte le sue parole, nel momento in cui ha affrontato le scelte che la vita ed il dovere gli hanno posto dinanzi, sono state sempre rivolte alla preoccupazione e al pensiero del rischio che avrebbero corso i suoi uomini, prima ancora di lui. Nicola mi parlava spesso. Mi parlava francamente come si può parlare ad un amico, prima ancora che al suo superiore. Non c' era un rapporto di questa natura tra me e lui. Nicola aveva anche una grande virtù: sapeva esprimersi, oltre che con la voce, il cervello ed il cuore, con gli occhi. I suoi messaggi più significativi me li ha trasmessi sempre con gli occhi. Talvolta non parlando neanche. Abbiamo trattato problema drammatici negli ultimi anni, perchè vorrei ricordare che questi ultimi anni non sono anni consueti per la storia del Paese. Suppongo che dal 1945 in poi, i fatti e le circostanze che sono ricorsi in questi ultimi due o tre anni non hanno precedenti. Non c' è esperienza a cui attingere. E Nicola ha giocato il suo ruolo, spesso di fronte a prospettive non conosciute e non conoscibili. Spesso di fronte ad interlocutori che hanno intenzioni non scrutabili».
Pollari ha poi detto: «La riconoscenza del Paese è stata manifestata nelle sedi proprie dalle autorità nel modo più dovuto. Io semplicemente qui voglio, con tutti i miei uomini accanto, dire alla sua famiglia che lui c' è e che noi ci siamo. Noi non vi staremo accanto solo oggi. Tutti gli uomini del Servizio sono con voi, sono qui, sentiteli, perchè vogliono essere sentiti da voi. Concludo esternando a mia volta la profonda gratitudine a Nicola per quello che è stato e per quello che ha fatto. E per l'ultimo grande omaggio che ha reso al Paese e al Servizio: la sua vita. Grazie Nicola».

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