Mercoledì 12 Dicembre 2018 | 22:57

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Lo strano destino del Festival con «la morte nel cuore»

SANREMO - Non è la prima volta che il festival di Sanremo si trova in compagnia della morte. La vicenda di Luigi Tenco fa da anni da controcanto in chiaroscuro alle luci della ribalta dell'Ariston, ma quello che è accaduto stasera è un fatto che travalica i confini della televisione e dello spettacolo: il dolore provocato dalle immagini del ritorno in Italia della bara di Nicola Calipari ha svuotato di ogni emozione l'ultima parte della finale, proprio quella della proclamazione del vincitore assoluto.
Chi aveva la responsabilità della confezione della diretta tv, dai vertici Rai a quelli di Raiuno fino a Bonolis e agli autori, aveva previsto un contraccolpo psicologico tanto da aver cancellato dalla scaletta la tradizionale riesecuzione dei brani premiati. La realtà di quel dramma è uscita addirittura amplificata dal contrasto con il clima dell'Ariston riportando tutti alla loro dimensione di esseri umani. Prima del collegamento con Ciampino, Sanremo era ancora il festival di Bonolis e dei cantanti: quando il teatro ha ripreso la linea, non c'erano più i personaggi ma le persone con le loro idee e i dubbi anche sul senso del loro lavoro.
Paolo Bonolis si è trovato davvero nella più difficile della situazioni e non ha potuto godere in diretta del successo trionfale della sua prima volta al festival.
La vittoria di Francesco Renga non fa che dare ulteriore credibilità a un festival che nonostante le quasi inevitabili concessioni all'ultra-popolare ha manifestato la volontà di non rimanere separato dalla realtà della musica come invece è accaduto negli anni passati.
Resta ancora molto da fare nei meccanismi di selezione e delle giurie: se Sanremo diventerà davvero un festival all'altezza delle più prestigiose rassegne non può continuare a esporre le proposte più sofisticate al giudizio estemporaneo di consumatori altrettanto estemporanei di musica.

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