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Il padre di Giuliana, fino a qualche ora fa: «E' una donna di pace»

ROMA - E' una donna di pace, ha ripetuto oggi suo padre. Ha sempre dato parola ai senza voce, negli angoli più rischiosi del mondo. Ma da un mese l'impegno umano e professionale di Giuliana Sgrena, la giornalista del manifesto ancora nelle mani di sequestratori senza un nome credibile, non può esprimersi.
E' passato un mese dal rapimento, e due settimane dalla diffusione del video che la mostra in lacrime chiedere aiuto a coloro che sempre con lei hanno lottato, e ribadire ciò che in realtà ha sempre saputo e raccontato: che gli iracheni non vogliono la guerra, non vogliono le forze di occupazione. Che, ormai, non vogliono più nessuno straniero, perchè gli stranieri sono nemici, come gli americani.
Giuliana Sgrena, appassionata del mondo islamico, esperta di Medio Oriente, inviata nelle zone di guerra, è stata rapita il 4 febbraio assieme al suo autista e al suo interprete mentre usciva dall'università An-Nahrein di Baghdad dove aveva intervistato per quattro ore i profughi di Falluja, la città sunnita devastata a novembre dalle truppe Usa a caccia di Abu Musab al Zarqawi, il capo di al Qaida in Iraq. Da allora, migliaia di sfollati vivono in una precaria tendopoli all'interno dell'area dell'ateneo, e tra loro si ritiene si annidino anche miliziani integralisti riusciti a sfuggire agli americani Falluja.
Forse, quattro ore sono state troppe, là dentro. Le testimonianze dei suoi due collaboratori iracheni non hanno aiutato, le indagini si stanno svolgendo, da quel 4 febbraio, nel silenzio.
Un silenzio scandito, da parte dei sequestratori, da diversi e contraddittori messaggi di rivendicazioni, minacce, ultimatum, accuse di spionaggio, verdetti divini, annunci di esecuzione avvenuta e di imminente liberazione, puntigliose precisazioni e insulti all'Italia, avvertimenti al popolo italiano. Tutti sul web, in diversi siti islamici. Tutti ritenuti non attendibili dagli investigatori, sia iracheni che italiani.
Diverse le sigle che hanno firmato i vari messaggi, ma in quasi tutti compare il termine 'Jihad' o 'Mujaheddin', mentre Abu Musab al Zarqawi tre giorni dopo la sparizione della giornalista italiana nega qualsiasi coinvolgimento nel rapimento.
Intanto, fin dal primo momento dopo il rapimento il Consiglio degli ulema - la massima autorità religiosa sunnita in Iraq che in altri sequestri ha svolto un ruolo positivo per la liberazione degli ostaggi - prende le difese di Giuliana Sgrena, ricordando che sono gli americani, non quelli come lei, i nemici; anzi lei merita un premio per il lavoro che ha fatto e che stava svolgendo in Iraq. E difatti i sequestratori anche con gli ulema se la prendono, irridendo alla loro autorità e posizione.
Dopo i primi giorni, scende il silenzio sul sequestro, un silenzio che accompagna l'angoscia della famiglia e di tutta l'Italia, un silenzio frammentato dagli appelli per la sua liberazione da tutto il mondo, compreso quello islamico. Un silenzio squarciato il 16 febbraio dalle immagini della giornalista disperata che chiede aiuto in particolare al suo compagno Pierre Scolari. E mentre quest'ultimo risponde, mette insieme le foto-documento scattate negli anni da Sgrena, che mostrano il dramma della popolazione irachena, i devastanti effetti delle cluster bomb (bombe a frammentazione) vengono diffuse dalle tv arabe: al Jazira e al Arabiya si schierano contro il rapimento.
Il 19 febbario, 500 mila persone manifestano a Roma per la liberazione di Giuliana Sgrena e della giornalista di Liberation Florence Aubenas, rapita il 5 gennaio, della quale solo il primo marzo, con un video, si saprà che è ancora viva, sebbene anche lei stremata e disperata. Pochi giorni dopo il video di Giuliana Sgrena i giornalisti italiani, anche su invito della Farnesina, lasciano l'Iraq. Dal 16 febbraio, è di nuovo silenzio. Le intelligence dei paesi più direttamente coinvolti, ma non solo, lavorano insieme. Una delle preoccupazioni è quella di evitare il passaggio di mano di Sgrena dai primi sequestratori ad altri gruppi, forse più pericolosi e intransigenti. Si dice che tutti i canali possibili sono aperti, mentre in Italia non si ferma la mobilitazione in suo sostegno.
Ma Giuliana a Florence, due voci che hanno sempre dato voce al popolo iracheno, sono ancora mute.

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