Giovedì 13 Dicembre 2018 | 14:48

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Da Baghdad a Beirut, Bush segue il domino delle democrazie

WASHINGTON - Nel domino delle democrazie nel Grande Medio Oriente, innescato dalla guerra contro il terrorismo, le tessere continuano a cadere: dopo le elezioni in Afghanistan, in Palestina e in Iraq, c'è fermento in Libano - dove il controllo della Siria s'attenua-, e in Egitto, dove si vara una riforma elettorale in senso democratico.
E mentre incassa quelli che appaiono dividendi dell'attacco all'Iraq e del rovesciamento del regime di Saddam Hussein, il presidente americano George W. Bush s'appresta a decidere se offrire incentivi all'Iran in cambio della rinuncia formale di Teheran ai propri piani di sviluppo di armi nucleari.
In una giornata confusa di sviluppi frenetici, specie a Beirut, le notizie più drammatiche vengono dall'Iraq: la strage di Hilla, nel centro del paese, è l'episodio più letale dalla caduta del regime di Saddam. Una o più esplosioni fanno almeno 125 morti fra reclute di polizia ed ex funzionari, in fila per le procedure per essere reintegrati nell'Amministrazione provinciale.
L'attacco di Hilla, micidiale, è indirizzato contro due degli obiettivi favoriti degli insorti sunniti: gli sciiti e quelli che i ribelli considerano «collaborazionisti». Ma lo stillicidio delle violenze continua, mentre le perdite militari americane nel conflitto sfiorano la soglia di 1.500.
Ma, sul Wall Street Journal, il premier ad interim uscente iracheno Iyad Allawi, uno sciita laico, si mostra ottimista sul futuro del Paese, affidato all'Assemblea nazionale eletta il 30 gennaio, i cui membri considera «i padri fondatori» del nuovo Iraq. E, su Time, il leader curdo Jalal Talabani, possibile presidente iracheno, si propone come partner nella ridefinizione dell'Iraq.
Siamo ormai ai giochi politici, come se la guerra in Iraq non ci fosse più e come se i rischi di conflitto civile fossero superati. L'Amministrazione Bush non mostra fretta di commentare la strage di Hilla, mentre il segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, condanna «nei termini più forti l'orrendo attentato», che è -dice- «una violazione flagrante della legge umanitaria internazionale».
Annan lancia un appello «a tutti gli iracheni», perchè vengano evitate altre violenze e ricorda loro che «l'Onu continuerà a restare accanto al popolo iracheno nel processo» di pace e di democratizzazione.
IRAN, BUSH ACCOGLIE TESI EUROPEI - Più che su quello iracheno, la diplomazia americana è molto attiva, in questa fase, sui fronti dell'Iran e dell'asse Libano/Siria.
Bush sta valutando se offrire incentivi a Teheran, giocando di carota e di bastone, perchè l'Iran rinunci in modo formale ai piani di sviluppo di armi nucleari.
Lo scrive in prima il Washington Post e lo conferma McClellan. Durante la missione compiuta in Europa la scorsa settimana, il presidente Bush s'è fatto convincere a valutare l'ipotesi di incentivi, come l'adesione dell'Iran all'Organizzazione per il commercio mondiale, la Wto, cui era inizialmente contrario.
Di ritorno dall'Europa, Bush avrebbe discusso, con i suoi principali consiglieri, le richieste fattegli in particolare dai leader francese Jacques Chirac e tedesco Gerhard Schroeder, che, con il premier britannico Tony Blair, sono protagonisti dello sforzo europeo di mediazione e di convinzione con l'Iran.
Bush e i suoi collaboratori devono proseguire le discussioni in questi giorni, ma c'è la volontà di stilare in fretta una lista di incentivi da offrire a Teheran nel quadro dei colloqui tra iraniani ed europei.
La volontà degli Usa d'impegnarsi, sia pure indirettamente, nelle trattative «segna un'evoluzione importante» -scrive il Washington Post- della posizione di partenza americana, secondo cui l'Iran non meritava ricompense per fare qualcosa cui è legalmente tenuto dal Trattato di non proliferazione.
Ma le conversazioni in Europa della scorsa settimana hanno convinto il presidente Bush che un fronte unito, nell'offrire una carota e nel minacciare il bastone, se l'Iran non rispetta gli impegni, sarebbe più efficace.
McClellan afferma: «Sosteniamo gli sforzi dei tre Paesi europei di indurre l'Iran ad abbandonare l'ambizione di dotarsi dell'atomica e stiamo discutendo su come riuscire a fare progressi": americani ed europei «condividono l'obiettivo» che l'Iran non diventi una potenza nucleare.

LIBANO, DIMISSIONI GOVERNO E RITIRO SIRIA OCCASIONE DEMOCRAZIA - In Libano, le dimissioni del governo del premier libanese pro-siriano Omar Karami costituiscono, a giudizio degli Stati Uniti, un'occasione perchè i libanesi di dotino di un nuovo governo che rispecchi la diversità del Paese e organizzino elezioni «libere ed eque» e prive «di qualsiasi ingerenza straniera».
Le dichiarazioni di McClellan seguono giorni di pressione di Washington su Damasco, perchè cessi di appoggiare il terrorismo internazionale e di lasciare fomentare, dal suo territorio, l'insurrezione anti-americana in Iraq; e perchè ritiri le proprie truppe dal Libano, in esecuzione della risoluzione 1559 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu.
L'attentato mortale contro l'ex premier Rafic Hariri e, poi, l'attacco kamikaze di venerdì a Tel Aviv hanno dato una spinta alla dinamica libanese. Damasco ha capito che doveva agire: s'è impegnata a ritirare le proprie truppe; e ha consegnato al governo ad interim iracheno un fratellastro di Saddam. Ma non è bastato -si direbbe- ad arrestare la caduta d'una tessera del domino.
Giampiero Gramaglia

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