Martedì 18 Dicembre 2018 | 16:05

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Quello delle ultime ore è soltanto l'ultimo confronto aspro tra Berlusconi e Carlo Azeglio Ciampi

ROMA - Un aumento della tensione fra Ciampi e Berlusconi si avvertiva da dicembre. Il botta e risposta che si è avuto fra ieri e oggi dice che non si è sciolta, ma ha raggiunto la punta forse più aspra della coabitazione fra il presidente del Consiglio e l'Inquilino del Colle.
L'episodio di oggi ne ricorda un altro, dell'estate 2003, quando Berlusconi andò al Quirinale e poi disse che sul ddl Gasparri non c'erano problemi, ne aveva parlato con Ciampi. Il quale però reagì qualche ora dopo con un secco comunicato ufficiale in cui puntualizzava: non ne abbiamo mai parlato. In quella occasione, Berlusconi chiuse l'incidente con un comunicato conciliante, che si sforzava di ricucire. Stavolta il tono e la scansione sembrano diversi, tali da aprire una fase di freddezza dichiarata. Ciampi, dal canto suo, dopo aver meditato 24 ore sull'invito di Berlusconi a non ascoltare le sirene della sinistra, ha ritenuto necessario dichiarare la sua «sorpresa» con un comunicato ufficiale del Quirinale che rimette i puntini sulle "i". «Tutti i provvedimenti legislativi rinviati dal capo dello Stato al Parlamento - si puntualizza - sono stati sempre accompagnati da messaggi debitamente, convintamente, dettagliatamente motivati». E non si nasconde il senso di irritazione, quasi di protesta verso chi pretende di accusare il capo dello Stato di «dare ascolto a suggestioni, suggerimenti o critiche gratuite da qualsiasi fonte provengano». Toni duri, insomma. Ai quali Palazzo Chigi ha risposto con una nota meno conciliante di altre volte. Berlusconi, si afferma, non ha messo in discussione «la correttezza costituzionale delle decisioni del capo dello Stato». Le sue parole «erano una chiara allusione ai tanti e bene identificabili personaggi della sinistra che pretendono in certe occasioni di dargli consigli non certamente disinteressati». Insomma, non sarebbe stato Berlusconi a esprimersi male, ma Ciampi a non capire bene.
Incomprensioni che si aggiungono a altre incomprensioni e divergenze che nei quattro anni di governo Berlusconi non sono state rare. Si ricordano, ad esempio, la polemica sull'Airbus militare, le divergenze in materia di economia, di euro, di informazione, di strategie e alleanze europee, di devolution, di partecipazione militare alla spedizione anglo-americana in Iraq, di grazia a Sofri e Bompressi. A dicembre la tensione ha toccato una punta alta dopo che Ciampi ha rinviato alle Camere la riforma Castelli dell'ordinamento giudiziario, «per palese incostituzionalità». Il premier ha accusato il colpo, e nei rapporti - già non idilliaci - con Ciampi è tornato il gelo, come a dicembre 2003, dopo la «bocciatura» della Gasparri. Al capitolo giustizia, si è sommato quello della legge finanziaria, che avanzava in Parlamento a colpi di maxi-emendamenti e voti di fiducia. Ciampi a un certo punto ha fatto intendere di non escludere un gesto clamoroso senza precedenti: il rifiuto di promulgarla nel caso di poco chiara copertura. Questo ha imposto un ulteriore passaggio Camera-Senato della finanziaria, e ha costretto i parlamentari a restare a Roma fra Natale e Capodanno. Da allora, i rapporti Ciampi-Berlusconi non si sono più ristabiliti. Nel '99, Ciampi arrivò al Quirinale con un voto di larga maggioranza, con il dichiarato sostegno di Berlusconi. Ma affermò subito l'autonomia di giudizio da entrambi i poli. I primi "screzi" con Berlusconi si ebbero quando il leader azzurro chiese uno sforzo umanitario per dare la grazia a Bettino Craxi. Poi Ciampi prese le distanze da Berlusconi che aveva formulato gravi giudizi sui magistrati di Milano, e lo deluse quando promulgò la legge a che limita gli spot tv durante la campagna elettorale. Nel 2001, quando Berlusconi arrivò al governo, cercò un nuovo feeling con Ciampi, il quale corrispose. Ma fu inutile: fu l'occasione di scoprirsi ontologicamente diversi.
Dunque i rapporti furono affidati alla diplomazia discreta, ai rapporti speciali stabiliti fra il sottosegretario Gianni Letta e il segretario generale del Quirinale, Gaetano Gifuni. Fu la breve stagione della "moral suasion", che permise di ammorbidire le asprezze del confronto con concessioni reciproche. A rovinare questa modalità di rapporti contribuì molto il riaccendersi della vicenda Telekom Serbia col tentativo, poi fallito,di coinvolgere anche Ciampi, ministro del Tesoro del'epoca. Il lassaire faire di Berlusconi rispetto all'operato dei suoi parlamentari non fu senza conseguenze. Fu interpretato come il tentativo di innescare un meccanismo per indebolire il presidente della Repubblica e eventualmente arrivare alla fine anticipata del mandato di Ciampi. Certo è che da allora è aumentata la diffidenza reciproca fra i due Palazzi. Complice anche la mancata soluzione del conflitto di interesse del premier, e il messaggio alle Camere col quale nel 2002 Ciampi sottopose al Parlamento questo problema collegandolo all'esigenza di garantire pluralismo e indipendenza dell'informazione radiotelevisiva pubblica.
Di recente, Ciampi non si è stancato di ripetere che non toglierà il disturbo fino all'ultimo giorno del suo mandato. Il che significa, sia detto per inciso, che l'elezione del successore di Ciampi toccherà al prossimo Parlamento e non a quello ora in carica. Inoltre, in più occasioni, ha suggerito una strategia economica e industriale di ampio respiro, che spesso è apparsa come una ricetta alternativa a quella del governo. S'è visto anche ieri, quando Berlusconi ha contestato tutta la visione politica dei viaggi di Ciampi in Asia. Dobbiamo mettere un piede in Asia, nei nuovi paesi emergenti: è il messaggio di Ciampi. La nuova frontiera per la ripresa del nostro sistema industriale non è quella asiatica, ha replicato Berlusconi, ma è l'Est europeo.
Alberto Spampinato

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