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Kamikaze in azione a Tel Aviv, tregua in pericolo

attentato a Tel Aviv TEL AVIV - Il primo serio test per la tenuta della tregua proclamata solennemente nel vertice israelo-palestinese di Sharm el-Sheikh (Egitto) è scattato nella notte fra venerdì e sabato quando un terrorista palestinese si è fatto esplodere sul lungomare di Tel Aviv, all'ingresso del locale di karaoke «Stage».
In seguito all'attentato - il primo nel suo genere negli ultimi quattro mesi - il presidente palestinese Abu Mazen ha emesso immediatamente una nota di condanna. «Si tratta di un chiaro tentativo di sabotare i nostri sforzi di pace», ha commentato Saeb Erekat, il responsabile per i negoziati con Israele.
Il nuovo governo palestinese è in carica da soli due giorni: Abu Mazen gli ha subito ordinato di svolgere una inchiesta approfondita sui responsabili dell'attentato - che contrasta con gli impegni da lui assunti a Sharm el-Sheikh - e di compiere aventualmente arresti.

Secondo la prima ricostruzione, il kamikaze palestinese è partito da Deir el-Uhsun, un villaggio della Cisgiordania prossimo a Tulkarem. Da là ha raggiunto Gerusalemme e quindi, a bordo di un'automobile di tipo Mazda, ha raggiunto il lungomare di Tel Aviv alla ricerca di un posto sufficientemente affollato dove far deflagrare il proprio ordigno da 20 chilogrammi.
Verso le undici di sera «Stage» era ancora chiuso. Si tratta di un locale dove il pubblico canta in coro canzoni israeliane e dove si entra solo dietro inviti. In attesa che la allegra serata avesse inizio, una ventina di persone conversavano pacatamente su un marciapiede, non lontano dalla ambasciata degli Stati Uniti. Su di loro vegliavano due guardiani armati.
La Mazda degli attentatori si è fermata a pochi metri e ne sono scese due persone. In quel preciso momento si è verificata la potente deflagrazione che ha investito quelli che si trovavano più vicino e ha fatto gelare il sangue nelle vene a tutti i passanti, dopo quattro mesi di calma.
La deflagrazione ha distrutto la facciata del locale e ha danneggiato le automobili in sosta. Quando il polverone si è sollevato, è stato possibile verificare che sull'asfalto giacevano morti e feriti. Secondo Moshe Karadi, il capo della polizia israeliana, «i morti sono tre o quattro», incluso il presunto kamikaze. I feriti una cinquantina, in maggior parte non gravi.
Nel giro di pochi minuti è giunta una prima rivendicazione da parte della Jihad islamica, quindi è arrivata una seconda a nome delle Brigate dei martiri di al-Aqsa (al Fatah). Ma secondo Israele i mandanti dell'attentato sono i guerriglieri libanesi filo-iraniani Hezbollah, che ormai controllano e finanziano decine di cellule palestinesi in Cisgiordania.
Un colpo dunque non solo ad Israele, ma anche al nuovo governo palestinese di Abu Ala.

Il premier Ariel Sharon è stato subito informato dell'attentato terroristico, ma non ha fatto commenti. Fonti governative israeliane hanno colto l'occasione per ricordare ad Abu Mazen che il terrorismo non si combatte raggiungendo tacite intese con i suoi dirigenti (proprio ieri si è appreso che il 5 marzo al Cairo dirigenti dell'Anp discuteranno della tregua nei Territori con dirigenti di Hamas e della Jihad islamica attivi all'estero) bensì con una efficiente attività di prevenzione e con arresti.
Sabato sera il ministro della difesa Shaul Mofaz presiederà a Tel Aviv una riunione dei responsabili della sicurezza per vedere il da farsi. Secondo tutte le previsioni, Sharon darà ordine di dare ad Abu Mazen altro tempo per organizzarsi e per tenere ulteriormente in vita la precaria tregua nei Territori.
Aldo Baquis

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