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Il Senato ha votato sì alla missione in Iraq

ROMA - Con 141 voti favorevoli, 112 contrari e un astenuto, il Senato ha dato il suo via libera al decreto che finanzia la missione «Antica Babilonia» (291 milioni di euro fino alla fine di giugno), in una giornata segnata dal drammatico video della giornalista del «Manifesto» Giuliana Sgrena. La maggioranza ha votato a favore, mentre il centrosinistra si è schierato per il «no», tranne l'Udeur di Mastella, che ha deciso di dare voto favorevole. Il decreto va ora all'esame della Camera, dove è prevedibile che il centrosinistra dovrà passare per una nuova «via crucis».
Al Senato la spaccatura registratasi nella riunione dei parlamentari della federazione dell'Ulivo (Ds, Margherita, Sdi e repubblicani europei) ha prodotto qualche defezione eccellente al momento del voto. Nè Lamberto Dini nè Giuliano Amato, entrambi restii ad avallare la scelta del no «senza se e senza ma», erano in aula quando la presidenza del Senato ha messo ai voti il decreto sull'Iraq. Però la federazione dell'Ulivo ha tenuto: nonostante i tanti mal di pancia, i moderati del centrosinistra si sono uniformati al voto contrario.
Sono rimasti inascoltati i numerosi appelli del centrodestra affinchè la federazione dell'Ulivo cambiasse atteggiamento. Il discorso fatto ieri dal premier Berlusconi, probabilmente, non ha dato ai moderati dell'Ulivo alcuno spunto per chiedere un cambio di rotta. In più il duro attacco del ministro Gasparri (che ha equiparato i fautori del no al decreto ai sostenitori del terrorismo) ha chiuso ogni possibile spiraglio. In mattinata, persino il 'falcò Calderoli ha tentato, inascoltato, la strada dell'appello al «voto di coscienza» dei senatori ulivisti. Miglior fortuna non ha avuto il vicepremier Marco Follini, che ha rivolto un invito al sì in zona Cesarini, definendo «incomprensibile» il voto contrario al decreto da parte di «quelli che sotto sotto pensano il contrario». Una sollecitazione che suonava anche come un tentativo di 'correggerè le parole di Gasparri.
In aula si è dunque recitato un copione prevedibile, con i due poli a polemizzare l'uno contro l'altro. Particolarmente duro l'intervento del capogruppo dell'Udc Francesco D'Onofrio, che ha attaccato pesantemente Romano Prodi, da lui definito «un accattone che va in giro in Europa a parlare male dell'Italia». Più spiritoso il repubblicano Antonio del Pennino, che ha ribattezzato il Professore «Prodinotti». «La sinistra non ha cultura di governo», ha tuonato dai banchi della destra il capogruppo di An Domenico Nania, subito ripreso da Renato Schifani, presidente dei senatori di Forza Italia: «Abbiamo apprezzato le parole di Fassino quando ha detto che il voto in Iraq è stato uno spartiacque, ma adesso che facciamo? Dobbiamo ritirare le truppe e abbandonare gli iracheni al loro destino?».
A nome di tutta la federazione dell'Ulivo, il capogruppo della Margherita Willer Bordon ha spiegato la scelta del "no", sostenendo che il governo non ha cambiato di una virgola la sua posizione sull'Iraq. L'Ulivo, ha ricordato, chiedeva un maggiore coinvolgimento dell'Onu e «un piano comune per il rientro graduale delle truppe», ma il governo non ha risposto. Di qui la scelta del "no". Per la sinistra più radicale, il Verde Stefano Boco ha accusato il governo di aver un «impostazione guerrafondaia» aggiungendo che in Iraq «non c'è conquista della libertà al prezzo di 17 mila morti iracheni e 1.500 morti americani». Sono proprio queste posizioni che hanno spinto Lamberto Dini, che pure è stato contrarissimo alla guerra, a polemizzare con la scelta della fed, che «non tiene conto dell'evoluzione che è in atto in Iraq» e che rischia «l'appiattimento su Rifondazione Comunista». Lo stato d'animo dei moderati è sintetizzato dal socialista Roberto Biscardini: «Abbiamo votato no ma malvolentieri. La fed è stata mortificata dalla sinistra radicale. Per il futuro servirà un chiarimento». Se ne riparlerà, inevitabilmente, nei prossimi giorni alla Camera.

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