Giovedì 13 Dicembre 2018 | 14:15

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Romano Prodi benedice il voto sull'Iraq della Fed

PARIGI - Romano Prodi benedice il voto sull'Iraq della Fed che segna «l'inizio della vita dell'Ulivo», che da progetto politico «è diventato soggetto politico». Ostenta soddisfazione, ma non rinuncia a sferzare la minoranza che si è raccolta intorno a Rutelli contestando la sua indicazione di votare contro il rifinanziamento della missione a Nassiriya: «Non è una corrente, ma un ramo dell'Ulivo, anzi un rametto». E la sera torna a rimarcare i limiti dell'opposizione: «La sua dimensione quantitativa è molto, molto limitata».
Naturalmente, bacchetta anche il premier Silvio Berlusconi, rintuzzando le sue critiche all'opposizione con una constatazione semplice: «E' partita la corsa al ritiro in altri paesi, come abbiamo visto in questi giorni, ed è scoppiato il dibattito sul ritiro anche negli Stati Uniti». Come a dire che il centrosinistra italiano è in buona compagnia.
Ma il problema maggiore è comunque il rapporto con la Margherita, e durante un briefing con i giornalisti del suo albergo parigino il leader dell'Unione non nasconde all'inizio di essere «un po' sorpreso» per il voto espresso da Francesco Rutelli, anche se via via, durante il colloquio con i giornalisti, i toni si fanno più sfumati e il Professore riconosce che il pronunciamento del leader dei Dl, così come quello di Franco Marini, «non è giunto inatteso», perchè «è un'evoluzione naturale delle loro posizioni».
Prodi incontra i giornalisti dopo essersi ben informato con Roma: «Ho avuto notizia delle votazioni, mi sembra ci siano 32 voti contrari, 20 della Margherita e 12 non della Margherita. In ogni caso è una grande e fortissima maggioranza e anche i voti contrari sono la prova che la Fed funziona». Motivo di soddisfazione è soprattutto «il voto trasversale: 20 della Margherita e 12 dei Ds non una seria trasversalità, il primo vero test della Federazione. Ora naturalmente si va tutti compatti al voto finale», puntualizza Prodi ricordando che «c'era un impegno a conformarsi alle decisioni della Fed».
E se nella Fed c'è dialettica interna, per il Professore ciò non costituisce un problema, anzi è una dimostrazione di democrazia. A chi gli chiede se nel centrosinistra ci sia più dialettica che nella Cdl, risponde: «Ci vuol poco, non è mica un grande sforzo. E' importante che ci sia una dialettica, che oggi è stata messa a dura prova da un tema delicato come l'Iraq, mentre su temi meno difficili sarà più facile». E Prodi non si mostra neanche preoccupato dalla prospettiva che il confronto interno non si fermi qui: «Se hanno votato in un altro modo, saranno pur convinti. Ma adagio adagio si affineranno le procedure».
E non c'è spazio per le ironie di chi fa notare la confusione in cui si è svolta la prima assemblea della Fed: «Molto meglio sbagliare in democrazia che nella segretezza o nell'autoritarismo. Chi vuole speculare su singole dichiarazioni o fatti folcloristici lo può fare, ma anche questa è democrazia».
I giornalisti cercano di capire se si sia aperto un nuovo fronte tra Prodi e Rutelli e chiedono al leader dell'Unione che significato abbia il voto di oggi della Margherita: «Evidentemente è un significato particolare. Debbo solo dire che nella riunione dell'altro giorno dei capi delegazione non c'era stata nessuna espressione contraria. Può darsi vi fossero delle riserve mentali, anzi a quanto vedo c'erano, ma in quanto tali non apparivano. In ogni caso, rientrano in un risultato che legittima l'Ulivo e non turba la forza della sua decisione».
Ma al professore non sfugge una battuta sarcastica: «Se i voti contrari fossero stati meno di così, sarebbe stato un voto bulgaro, come si diceva in altri tempi». Una concessione all'ironia, che fa il paio con quella definizione di «rametto dell'Ulivo» che dà il senso di quanto Prodi ritenga marginale la minoranza favorevole all'astensione. «Ciò non modifica - dice infatti - la sostanza di una decisione molto condivisa e forte, anche se difficile».
Insomma, è stato sorpreso da Rutelli? «Un po', ma appartiene alla dialettica normale nell'ambito dei partiti». Ma già nel vertice della Fed Rutelli aveva sollevato obiezioni. «Non erano state sollevate riserve palesi - ripete Prodi - nè annunci di voto. Poi negli scambi di opinione successivi sì. Dunque il suo voto non è giunto inatteso, è stato un' evoluzione naturale del suo pensiero. D'altronde - ammette Prodi - ci siamo sentiti fino a ieri con lui e con Marini, siamo stati in contatto. Quindi, nessuna sorpresa».
Carlo Bertini

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