Lunedì 17 Dicembre 2018 | 12:36

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«Chi» era Dario Foà

MILANO - L'ultimo progetto al quale aveva collaborato è Dap Prima, presentato meno di un mese fa a Roma, un'iniziativa del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria per trovare una forma di collaborazione tra istituzioni in modo da prendersi carico del tossicomane, fin dal momento dell'arresto e trovare strade riabilitative anzichè il carcere. Ma da anni, Dario Foà, medico e psicologo di 58 anni, trovato ucciso stamattina a Mediglia, comune dell' hinterland milanese, dedicava tutto il suo tempo a elaborare strategie per il recupero dei tossicodipendenti detenuti, per rendere loro la pena più sopportabile.
«Non vendeva fumo, andava sempre sul problema in modo diretto - ha detto di lui Luigi Pagano, da pochi mesi responsabile regionale dell'Amministrazione Penitenziaria dopo aver diretto per 15 anni il carcere di San Vittore a Milano - era una di quelle persone che guardano alla legge, ma sanno anche tradurla in modo concreto, senza bloccarsi ad ogni codicillo».
Sposato, una figlia giovanissima, Foà si era sempre occupato di problemi di emarginati e disagiati sociali. Da tempo però tutta la sua attenzione era dedicata ai progetti per i tossicomani detenuti. Collaborava con il Dap, era responsabile del Servizio Area Penale e Carcere Asl Città di Milano, con un ufficio in via Conca del Naviglio. Da lì gestiva il progetto al quale forse teneva di più, "La cura vale la pena", del 1997. «Il progetto, nato all'interno del Palazzo di Giustizia di Milano - spiegava lo stesso Foà dopo uno degli annuali convegni - è dedicato ai tossicodipendenti fermati o arrestati in flagranza di reato e sottoposti subito a processo: fortemente condiviso da magistrati e operatori socio sanitari dei Sert e di varie associazioni, il nostro lavoro consiste nell' avviare, da subito, il tossicodipendente microcriminale verso strutture riabilitative, come assistenza domiciliare, centro diurno, comunità terapeutica, piuttosto che in carcere, affinchè non ricada in comportamenti criminosi, e superi la dipendenza, riuscendo così a reinserirsi nella società».
Allora l' esperienza milanese era unica nel quadro nazionale, seguendo la strada sperimentata in altri paesi europei come Olanda e Gran Bretagna; poi si è diffusa in altri penitenziari. Per Foà i detenuti erano soprattutto delle persone da trattare come tali: tempo fa aveva sollecitato maggiore attenzione a chi vive dietro le sbarre ed è genitore. Per una Festa del papà aveva collaborato al progetto "Il lupo racconta", un volume con 11 storie scritte da detenuti e dedicate ai loro figli. E si era dato da fare anche con "La nave", altro progetto in collaborazione con il Museo della Scienza e della tecnica, a poca distanza da San Vittore, per mettere a disposizione dei figli dei detenuti una sala per giocare in attesa dei colloqui con i genitori. «Era una persona di una gentilezza e di una bontà d'animo indescrivibile - ha raccontato Emilia Patruno, che nella sua qualità di responsabile di "ildue.it.", magazine di San Vittore, più volte aveva lavorato con Foà - la sua morte ci ha lasciato tutti sconvolti».
Per presentare i suoi progetti viaggiava molto. Il 27 gennaio era a Roma per il convegno su Dap Prima; pochi giorni fa aveva avuto un incontro con i responsabili dell' amministrazione penitenziaria di Milano, per discutere di una nuova idea. «Ci siamo visti a metà della scorsa settimana - ha detto Pagano - tra di noi c'erano 15 anni di collaborazione molto proficua, la definizione che più gli si adatta credo che sia quella di un autentico gentiluomo napoletano».
Spetta agli inquirenti ora chiarire come un uomo così si sia trovato in una stradina di campagna, alla mercè di un assassino. Pare non avesse mai ricevuto minacce e i suoi rapporti con i detenuti, che pure non erano molto stretti perchè Dario Foà si occupava soprattutto dei progetti, fossero dei migliori. «E non poteva essere altrimenti - ha detto l'ex direttore di San Vittore - Foà era uno di quelli che lavorano per portare fuori chi sta dentro il carcere».

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