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Elezioni in Iraq - Bush prudente. Esperti puntano l'attenzione sulla riconciliazione tra sunniti e sciiti

WASHINGTON - Questa volta, non c'è stato il grido di vittoria immediato che il 30 gennaio aveva seguito lo svolgimento delle elezioni in Iraq. La Casa Bianca accoglie con molta prudenza l'annuncio a Baghdad dell'esito del voto: come la Gran Bretagna, si rallegra in modo anodino con i candidati eletti.
Il presidente George W. Bush, che trascorre a Washington il fine settimana, vuole essere informato dei risultati che diventano ufficiali, anche se non ancora definitivi. Ma nè lui nè il segretario di Stato Condoleezza Rice fanno, a caldo, commenti, affidando le reazioni ai portavoce.
Quello del Dipartimento di Stato parla «di un risultato positivo e significativo» e invita i candidati sconfitti a restare coinvolti nel processo politico. Funzionari anonimi dell'Amministrazione mostrano sollievo; gli sciiti religiosi hanno vinto, ma non stravinto, e dovranno fare una coalizione.
A Londra il ministro degli esteri britannico Jack Straw afferma che «il popolo iracheno ha fatto un passo molto importante per assicurarsi un futuro democratico e libero».
Straw ricorda, citando il segretario generale dell'Onu Kofi Annan, che «è cruciale per il futuro dell'Iraq che la diversità della società irachena sia rappresentata nel processo costituzionale e politico del Paese». E' un modo per invitare sciiti e sunniti alla conciliazione.
POLITICI ED ESPERTI - A Washington, un ex direttore della Cia, Stansfield Turner, dice che tocca agli sciiti portare i sunniti nella coalizione di governo, ipotizzando una sorta di federazione a tre (sciiti, sunniti, curdi).
Un esperto iracheno del Middle East Institute, Louay Bahry, ha fiducia che «la maggioranza silenziosa sunnita» accolga un invito sciita a partecipare al nuovo governo.
Secondo fonti vicine all'Amministrazione statunitense, c'è da valutare, accanto ai dati della partecipazione, che restano positivi, anche quelli della distribuzione dei suffragi. Se ha vinto, ma non dovunque, la democrazia, hanno anche vinto senza stravincere gli sciiti.
Resta, ma sembra allontanarsi, e questo a Washington non dispiace, il rischio di un Iraq tipo nuovo Iran. E, per ora, c'è la necessità di accordi fra i partiti e i leader, perchè nessuna avrebbe la maggioranza assoluta. Il che può permettere a personaggi di fiducia degli Usa di rimanere in gioco, anche se, nell'ottica americana, non è sintomo di stabilità e, quindi, di governabilità.
Il capo della maggioranza repubblicana in Senato Bill Frist, uno che di solito parla per conto della Casa Bianca, prevede un gioco di compromessi, fra i protagonisti della vita politica irachena per fare un governo: «E' il gioco della democrazia» e, a lui, sta bene così.
Il senatore Joseph Biden, leader dei democratici all'opposizione nella commissione esteri, è più prudente: gli iracheni, osserva, sono neofiti della democrazia e bisogna ancora vedere come la interpreteranno.
MENO TEOCRAZIA, PIU' COALIZIONE - I dati di partecipazione, con oltre 8 milioni di voti espressi su circa 14 milioni di potenziali elettori, quasi il 60%, restano molto positivi, per gli Stati Uniti.
Ma, nella provincia sunnita di al Anbar, quella di Falluja, la più segnata dalle violenze, sono andati alle urne meno di 14 mila persone: troppo poche perchè i risultati siano rappresentativi. A Mossul, la terza città del Paese, segnata da mesi di violenze, ha votato appena il 17%.
Il voto del 30 è stato «un successo della democrazia», come gli Stati Uniti hanno da subito sostenuto, nonostante le differenze di partecipazione tra gruppi etnico/religiosi e aree geografiche del Paese, i risultati oggi ufficializzati creano una situazione politica nuova, anche se non imprevista.
L'Alleanza unificata irachena posta sotto l'egida dell'ayatollah Ali al Sistani, ottiene un indubbio successo, ma vince senza stravincere: non ha la maggioranza assoluta dei voti e potrebbe non averla nemmeno dei seggi (132 in un'assemblea di 275, anche se secondo alcune fonti arriverà a 140).
I curdi, molto presenti alle urne e molto compatti, sono la seconda forza politica, con 71 seggi (75 secondo alcune elaborazioni), mentre la lista del premier ad interim Iyad Allawi, quella degli sciiti laici, è terza, con 38-40 seggi, che decretano la sopravvivenza politica di Allawi, ma una relativa marginalizzazione dell'uomo forte su cui ha finora puntato la Casa Bianca.
Quasi assenti alle urne, i sunniti sono, ovviamente, quasi assenti dall Assemblea nazionale provvisoria. La lista pro-voto del presidente uscente Ghazi al-Yawar raccoglie 5 seggi. Per il resto, c'è uno sparpagliamento dei suffragi: i radicali sciiti dell'estremista Moqtada Sadr ha due seggi, l'esponente sunnita, ed ex ministro degli esteri, Adnan Pachachi un seggio.
CONCILIAZIONE E UCCISIONI - A Washington, si dà peso alle voci di moderazione e conciliazione. Ma in Iraq c'è anche chi sottolinea differenze e contrasti: un religioso sunnita, intervistato da al-Jazira, avverte che i sunniti che hanno boicottato le urne sono più numerosi di quelli che ci sono andati. E gli astenuti non resteranno zitti: lo spettro di una guerra civile non è stato esorcizzato. La giornata di annuncio dei risultati è stata una giornata, l'ennesima, di uccisioni, attentati, agguati, incidenti letali (tre soldati americani sono deceduti quando il loro veicolo s'è rovesciato in un canale, nella provincia di Balad). Il britannico Straw invita la comunità internazionale «ad appoggiare un governo di transizione iracheno e il popolo iracheno nel difficile compito» che li aspetta.
Proprio mentre al seminario della Nato di Monaco di Baviera riaffiorano differenze fra americani ed europei sui compiti di sicurezza che la Nato deve assumersi in Iraq: rispondendo a un appello, ieri, del capo del Pentagono Donald Rumsfeld, il ministro degli esteri tedesco Joshcka Fischer dice: «Non vedo nessun valore aggiunto per la Nato in Iraq», dove, comunque, ricorda, i tedeschi non manderanno truppe.
Giampiero Gramaglia

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