Venerdì 14 Dicembre 2018 | 16:46

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Pace in Medioriente - Il rais egiziano Hosni Mubarak: «Missione non impossibile»

SHARM EL SHEIKH/CAIRO - Una «missione non impossibile»: così il rais egiziano Hosni Mubarak ha definito «la grande e profonda sfida» che è di fronte a palestinesi e israeliani per ricostruire la strada della pace in Medio Oriente, della quale oggi è stata posta una prima pietra.
E' forse lo slogan più appropriato per descrivere i risultati del vertice svoltosi oggi a Sharm El Sheikh tra i rappresentanti di due popoli in lotta da 56 anni in Medio Oriente.
C'è speranza e serve pazienza, ha sintetizzato anche efficacemente il patriarca di Gerusalemme dei Latini, monsignor Michel Sabbah, da sempre portavoce delle sofferenze del popolo palestinese. Ed è proprio a queste che nell' incontro di Sharm hanno fatto riferimento oggi i convitati di una grande tavola rotonda - l' ospite Mubarak, re Abdallah II di Giordania, il premier israeliano Ariel Sharon ed il presidente palestinese Mahmud Abbas (Abu Mazen) - in uno degli alberghi più lussuosi della località turistica di fama mondiale, in fondo alla penisola del Sinai.
Il villaggio, con un enorme campo da golf verdissimo e curatissimo, non è lontano dalle tracce, ormai sempre meno visibili, della presenza israeliana sulla penisola, strappata dall' esercito agli egiziani nella guerra «dei sei giorni» del '67 e restituita solo nel 1982, dopo lunghi negoziati seguiti alla guerra del '73.
Ed anche se gli eventi del '67 erano idealmente presenti nella mente di tutti i convenuti, per la richiesta araba di riportare i territori palestinesi, in vista del futuro stato indipendente, a quei confini, nessuno li ha citati, guardando con convinzione al futuro. Nasce da questo la speranza di mons, Sabbah, ma non solo sua, considerato che per la prima volta un preoccupato Ariel Sharon ed un ansioso Abu Mazen si sono incontrati dopo le elezioni che hanno portato trionfalmente il secondo a succedere all' «ostacolo numero uno alla pace» (cosi definito da Washington e Tel Aviv) Yasser Arafat, presidente del popolo palestinese.
Al tono estremamente positivo di commenti che sono seguiti all' incontro di Sharm El Sheikh, durato in realtà solo 29 minuti, ma preceduto da vari colloqui faccia a faccia tra i protagonisti, si aggiungono altri eventi. Per esempio l' annuncio di Sharon del rilascio di centinaia di prigionieri palestinesi ed il desiderio dichiarato dello stesso premier israeliano «di un dialogo sincero e reale». Ma anche «una reale intenzione - ha detto il premier di Tel Aviv ai palestinesi - di rispettare il vostro diritto di vivere nell' indipendenza e nella dignità».
Parole e toni decisamente inconsueti, commentano alcuni osservatori arabi, che considerano buon segno anche l' invito di Sharon ad Abbas a continuare i colloqui nella sua fattoria nel deserto del Negev, peraltro già frequentata in passato da Abbas.
Così come importanti sembrano gli inviti in Israele che Sharon ha rivolto - per la prima volta - a Mubarak e al re di Giordania, che di buon grado hanno accettato, visto che proprio oggi è stato annunciato - anche se non ufficialmente - il ritorno degli ambasciatori del Cairo e di Amman a Tel Aviv (l' egiziano potrebbe essere sia l' attuale capo missione a Berlino, Mohamed Orabi quanto quello a Khartoum).
Ma Abbas ha messo in evidenza, riprendendo in parte quanto detto prima da Mubarak, la necessità che ogni sviluppo offerto da Israele, specie il ritiro da Gaza debba avvenire nell' ambito dell' itinerario di pace fissato dal cosiddetto "Quartetto" (Onu, Ue, Usa e Russia) con il nome di "roadmap" e che prevedeva la creazione di uno stato palestinese entro il 2005.
«Noi siamo in disaccordo su numerosi punti - non ha evitato di dire il presidente palestinese - tra i quali gli insediamenti, la liberazione dei prigionieri (i palestinesi ne vorrebbero 8 mila rispetto ai 900 concessi da Israele, anche se Sharon ha annunciato la nomina di una commissione specifica per questi, ndr.), il muro (l'enorme barriera in cemento che come un serpentone divide tanti abitati palestinesi ndr), l' acqua. E non siamo riusciti oggi a risolvere questi problemi».
Ma con le elezioni del 9 gennaio il popolo palestinese - considera Abbas - «ha espresso il suo attaccamento alla pace che mette fine a decenni di guerra di violenza e di occupazione».
Per queste ragioni entrambi i leader hanno quasi usato le stesse parole, per annunciare nei loro discorsi che «ci siamo trovati d'accordo» a mettere fine a tutte le violenze contro israeliani e palestinesi, «in qualsiasi luogo si producano».
Questo impegno «coinvolge solo l' Autorità Palestinese» ha commentato con distacco un dirigente della fazione palestinese integralista Hamas. Anche se da alcuni giorni gli atti di violenza sono effettivamente sospesi.
Remigio Benni

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