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Doccia gelata di Hamas: non ci impegnamo sul cessate il fuoco nei Territori

TEL AVIV - Sul cessate il fuoco nei Territori Hamas non si sente assolutamente impegnato dalle dichiarazioni di Abu Mazen al vertice di Sharm el-Sheikh (Egitto).
I riflettori si erano appena spenti nella ridente località turistica egiziana, e già gli integralisti palestinesi lanciavano primi anatemi.
Da Beirut, il rappresentante di Hamas ha subito dichiarato alla stampa: «Le frasi pronunciate dal leader dell'Autorità nazionale palestinese sulla cessazione di ogni atto di violenza non impegnano la Resistenza perchè si tratta di una sua presa di posizione unilaterale e non del risultato di un dialogo inter-palestinese, cosa che era stata concordata in anticipo». Ossia, Abu Mazen avrebbe fatto il passo più lungo della gamba.
Poco dopo, anche i dirigenti di Hamas a Gaza e in Cisgiordania hanno palesato il proprio dissenso.
In dichiarazioni rilanciate a caldo da un sito internet di Hamas Mahmud a-Zahar, principale esponente di Hamas a Gaza, ha avvertito: «Non accetteremo un cessate il fuoco illimitato».
«Possiamo assecondare un periodo di calma per il tempo necessario a smascherare il vero volto di Israele sulla questione dei prigionieri», ha aggiunto a-Zahar.
Il suo portavoce Mushir al-Masri ha poi precisato che si tratta di ottomila militanti, che devono tutti riacquistare la libertà. Mentre Israele accetta di rilasciarne per ora 500, e alri 400 a scaglioni nei prossimi tre mesi. «Questo summit - secondo al-Masri - non ha realizzato quanto noi volevamo».
Dalla Cisgiordania, il dirigente locale di Hamas sceicco Hassan Yussuf ha rilevato che «non solo posizioni di Hamas, ma di tutte le fazioni e delle masse palestinesi» le richieste per la fine delle incursioni militari israeliani, per la fine degli assassinii e per la liberazione in massa dei detenuti.
«Noi non ce l'abbiamo con Abu Mazen» ha spiegato Yussuf, «ma con Israele, che deve mettere fine alla occupazione della Cisgiordania e di Gerusalemme est. Altrimenti non ci sarà alcuna pace».
Aggiunge a-Zahar: «Il problema è la diabolica occupazione sionista. Il mondo deve accertarsi che quella occupazione termini. Non si possono rimuovere gli effetti (ossia la lotta armata - n.d.r.) se non si rimuove la causa».
Analoga, stasera, la posizione di Mohammed al-Hindi, un dirigente politico della Jihad islamica a Gaza. «Noi non intendiamo destabilizzare il cessate il fuoco reciproco, ma troviamo che sia necessario costringere il nemico sionista a pagare un prezzo adeguato».
La richiesta è dunque rivolta ad Abu Mazen, affinchè sottoponga l'esito del vertice con Ariel Sharon al vaglio di tutte le fazioni politiche palestinesi per ricevere istruzioni.
Fino ad allora, Hamas e Jihad islamica possono temporaneamente ridurre le proprie attività.
Il clima fra Abu Mazen non è comunque di rottura. Molto sono piaciute ai dirigenti di Hamas le affermazioni fatte ieri dal Rais durante una conferenza stampa con il segretario di stato Condoleezza Rice relative alla necessità di inserire la opposizione islamica nel sistema politico palestinese.
«Il popolo palestinese - ha detto Mazen - deve essere libero di scegliere i propri rappresentanti. Il mio governo non farà alcunchè per favorire o danneggiare alcuna fazione palestinese. In definitiva, deve essere il popolo a decidere».
«Da parte nostra - ha assicurato lo sceicco Yussuf - continueremo dunque a cooperare con il presidente, per il bene collettivo del popolo palestinese».
Aldo Baquis

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