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(Nuovo) patto d'acciaio tra Romano Prodi e Massimo D'Alema

ROMA - Oggi al Palalottomatica è il giorno del "New Deal" tra Romano Prodi e Massimo D'Alema. Un nuovo patto tra gli ex rivali che la platea del congresso sottolinea distribuendo applausi ed ovazioni ad entrambi.
I delegati dei Ds accolgono l'ex presidente della commissione Ue con grande entusiasmo. Lo riconoscono come leader. E quando finisce il suo intervento, che dura circa mezz'ora, la platea è in piedi per acclamarlo. Le note della 'Canzone popolarè di Ivano Fossati che vengono diffuse dagli altoparlanti alla fine del discorso, "scaldano" i delegati e commuovono Fassino. Che non trattiene le lacrime.
Ma calore ed entusiasmo sono riservati anche a D'Alema, che domani sarà riconfermato presidente della Quercia. Quando comincia a parlare, il brusio in sala si interrompe e cala il silenzio. Improvvisa, legge solo qualche appunto e cattura l'attenzione di tutti.
Dietro di lui, lo schermo che è al centro della spirale rossa che domina il "catino" del Palalottomatica, fa le "bizze". Per qualche problema tecnico non riesce più a proiettare il simbolo dell'Ulivo. Per un po' altera l'immagine, la distorce, alla fine i colori si scompongono. Ma nessuno tra i delegati sembra notarlo. Anche la regia rinuncia e lo lascia spento. D'Alema continua a parlare. Attacca Berlusconi e va giù duro. «Il grande comunicatore - dichiara - ieri ha sbagliato». «In un Paese civile - aggiunge - quando parla l'opposizione, il capo del Governo ascolta...». Prima raffica di applausi. D'Alema dice che servono «salari più dignitosi» e che i diritti dei lavoratori vanno salvaguardati. E' demagogia. Ormai siamo in piena campagna elettorale, ma non importa. I delegati apprezzano e si entusiasmano. E quando, parlando della Fed, sottolinea il ruolo svolto dalla Quercia, uno di loro tra gli applausi grida: «Hai ragione, siamo noi quelli che diamo il sangue...».
Più tiepido il battimani quando affronta il tema del "partito riformista" ("non mi potete impedire di sperarci"). Ma anche questo non importa. Ormai la platea è conquistata. E quando finisce, scoppia in un applauso che dura quasi tre minuti. Lo stesso "tempo" ottenuto ieri da Fassino. Ma D'Alema respinge ogni paragone. Quando il cronista infatti lo raggiunge dietro il palco per chiedergli dei voti e della possibile differenza tra le sue preferenze e quelle ottenute da Fassino per la sua riconferma a segretario, sbotta: «Non so a chi possa essere venuto in mente l'idea di fare un paragone tra la votazione di Fassino a segretario e quella mia, come presidente. Si tratta di due votazioni completamente diverse. Quella del segretario, infatti, avviene sulla base di una piattaforma politica e da parte degli iscritti al partito. Il presidente, invece, viene eletto con voto segreto, alla persona, e da parte dell'assemblea dei delegati».
Poi va a pranzo in una saletta riservata del Palalottomatica e si siede al tavolo con Nicola La Torre, la moglie e altri delegati pugliesi. Intorno, in tavoli accanto, prendono posto Cesare Salvi, che in sala non lo ha applaudito, e Fabio Mussi con altri esponenti del correntone. D'Alema non si scompone. Mangia e sorride. Anche quando sulla porta del locale nota la scritta con il nome del ristorante: «L'arte di stare bene insieme...».
I riflettori di oggi comunque sono accesi su Romano Prodi. Che parla prima di D'Alema. Anche dalla galleria, dove oggi sventola, oltre a quello dell'Ulivo, lo stendardo sardo dei quattro mori, l'entusiasmo è alle stelle. Walter Veltroni, seduto in prima fila, batte le mani e si alza per raggiungerlo ed abbracciarlo, quando «Romano» scende dal palco. Stessa cosa Fassino, che alza il braccio del leader dell'Ulivo in segno di vittoria, scatenando l'applauso del Palalottomatica. Mentre suona il «vecchio» inno dell'Ulivo: «La Canzone popolare» di Ivano Fossati. Dai maxi-schermi che proiettano i volti dei due leader si leggono sulle labbra di Fassino parole di complimento: «Bravo. E' stata molto efficace. E' andata bene...».
Il suo discorso convince la Quercia che lo applaude per 46 volte. Soprattutto all'inizio quando, rivolgendosi alla platea, "apostrofa" con «cari compagni» e «care compagne» i 1.600 delegati. Il tono è pacato. E diventa quasi affabile quando parla della «fabbrica del programma» che sarà allestita ("pensate che bello!")» in una strada che sia chiama Via Rimini, «alla periferia di Bologna». E quando anche alla fine ringrazia «Piero e Massimo».
Alla fine dell'intervento anche D'Alema si congratula. Poi si siede per un po' in prima fila e lì riceve, da molti esponenti della Quercia che lo avvicinano, saluto e approvazione.

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