Martedì 18 Dicembre 2018 | 23:53

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L'imprevedibilità della primula rossa

PALERMO - Secondo i pm della Dda il boss latitante Bernardo Provenzano è riuscito a proteggere la sua fuga, che dura da 41 anni, grazie al fatto che sarebbe stato informato delle indagini in corso. I magistrati lo spiegano nel provvedimento con il quale hanno disposto il fermo di 46 persone.
L'inchiesta è coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e dai sostituti della Dda, Maurizio De Lucia, Michele Prestipino, Nino Di Matteo, Marzia Sabella e Lia Sava.
«La conferma che Provenzano - scrivono i pm - ed i suoi più fidati uomini avessero notizia delle indagini in corso, con tanto di specificazione dei mezzi tecnici di volta in volta impiegati, si trae da alcune delle lettere che alcuni suoi favoreggiatori, come Pasquale Badami, periodicamente scrivevano al boss latitante, utilizzando un personal computer installato in un ufficio del depuratore delle acque potabili di Villafrati, in cui si segnalava la presenza di microspie e telecamere».
Gli inquirenti spiegano il modo con il quale la «primula rossa» di Corleone continua a restare nell'ombra. «La mancata cattura del latitante - sottolineano i magistrati della Dda - è dovuta, in primo luogo, alla prudenza assolutamente eccezionale con cui egli stesso si muove e con cui organizza i suoi incontri, in luoghi spesso diversi e tali da non consentire alla Forze di polizia attività di sorveglianza e pedinamento, fidandosi peraltro solo di un numero limitatissimo di persone incaricate dei suoi spostamenti. Su questo punto, del resto, già Antonino Giuffrè aveva affermato che, nonostante il suo ruolo di primissimo piano e i suoi strettissimi rapporti con Provenzano, in Cosa Nostra, egli stesso non sapeva i luoghi da cui il latitante proveniva quando si incontravano».
In più di una occasione gli investigatori non hanno avuto successo nei servizi predisposti dopo che le intercettazioni ambientali avevano consentito di accertare in anticipo il giorno in cui uno dei principali favoreggiatori, come Francesco Pistoia avrebbero dovuto incontrare Provenzano.
Attraverso le notizie raccolte dagli inquirenti è stato possibile ricostruire il fatto che Provenzano «non manca mai di invitare alla massima prudenza» tutti i suoi interlocutori «e a guardarsi con particolare attenzione dal rischio di intercettazioni ambientali e di pedinamenti con apparati satellitari».

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