Sabato 15 Dicembre 2018 | 23:42

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Il secondo mandato si apre con un inno alla libertà

WASHINGTON - Con un discorso che è stato un «inno alla libertà», il presidente George W. Bush ha oggi aperto il suo secondo mandato, subito dopo avere prestato giuramento sulla scalinata del Congresso degli Stati Uniti, sul Campidoglio di Washington: «Porteremo - ha detto- il fuoco della libertà fino agli angoli più bui del mondo».
In una giornata fredda ma non gelida, sotto un cielo terso, in una Washington blindata da misure di sicurezza eccezionali, ma senza un cenno d'allarme, Bush, 43/o presidente dell'Unione, ha affermato che la libertà, «requisito per la sicurezza» degli Stati Uniti e «missione del nostro tempo», è la forza che può sconfiggere «l'odio e il risentimento» e la tirannia, cui s'è impegnato a cercare di «mettere fine ovunque nel Mondo».
Gli Stati Uniti saranno dalla parte della libertà, ovunque vi sia chi si batte per essa, con i loro alleati, l'unità e l'amicizia dei quali sono chiavi per la vittoria. «Tutti coloro che vivono nella tirannia e sono senza speranza sappiano che non ignoreremo la loro oppressione e non scuseremo i loro oppressori. Quando vi batterete per la vostra libertà, noi ci batteremo con voi».
E' stato il 55/o insediamento di un presidente statunitense, ma il primo dopo gli attacchi terroristici dell'11 Settembre 2001. E Bush, malgrado i timori di attentati, la guerra in Iraq e la recente tragedia globale dello tsunami, non ha rinunciato al fasto e alle feste: il giuramento è stato punto centrale di tre giorni di manifestazioni e appuntamenti, costati quasi 50 milioni di dollari. La stampa americana parla, con toni spesso critici, di «pompa, sfarzo e sicurezza senza pari».
«Gli avvenimenti e il senso comune ci portano -sono sempre parole del presidente- a una sola conclusione: la sopravvivenza della libertà nel nostro Paese dipende sempre più dal successo della libertà in altre terre. In un mondo che si muove verso la libertà, siamo decisi a mostrarne il significato».
Collocandosi, in modo insistito, in una proiezione storica e facendosi erede della tradizione dei padri fondatori, Bush ha aggiunto: gli Stati Uniti non imporranno ad altri forme di governo, ma «li aiuteranno a trovare la loro voce, a ottenere la loro libertà, ad aprirsi la loro strada», sostenendo «la crescita di movimenti e istituzioni democratiche in ogni Nazione». Il discorso è stato pronunciato dopo il giuramento nelle mani del presidente della Corte Suprema William Rehnquist, 80 anni, malato di cancro e sofferente, ma vigile e orgogliosamente in piedi: era la quinta volta, forse l'ultima, che Rehnquist officiava la cerimonia.
Bush non ha fornito dettagli del suo programma: quelli verranno, il 2 febbraio, dal discorso sullo Stato dell'Unione, davanti al Congresso riunito in sessione plenaria.
Ma qualche cenno all'agenda di politica interna c'è stato, come quando il presidente ha fatto appello «all'idealismo e al coraggio per completare il lavoro non finito della libertà americana», prospettando la costruzione di «una società di proprietari». E Bush, con una battuta, ha ribadito il no all'aborto, affermando che «anche gli indesiderati contano».
Il presidente, che ha detto 42 volte libertà, mescolando le parole 'liberty' e 'freedom', e sei volte tirannia o tiranni, non ha mai pronunciato, invece, la parola terrorismo e non ha mai parlato dell'Iraq o dell'Afghanistan, nonostante il suo discorso sia arrivato ai 170 mila soldati americani schierati sui due fronti della guerra al terrorismo.
C'è stato un cenno, indiretto agli attacchi terroristici subiti dall'America l'11 settembre 2001, quando Bush ha detto che «venne un giorno di fuoco», in cui l'Unione s'è resa conto della sua « vulnerabilità «. A pochi capoversi di distanza, il fuoco è stato, dunque, metafora della libertà e del terrore.
Il discorso, durato una ventina di minuti, è stato scandito da molti applausi, quasi uno a ogni frase, di un pubblico di sostenitori che aveva sfidato il freddo e l'attesa per ascoltarlo. C'erano, sul palco, la famiglia del presidente, la moglie Laura e le figlie Barbara e Jenna; il vicepresidente Dick Cheney che aveva giurato prima di lui, con la moglie Lynne e le due figlie; tre ex presidenti, Bill Clinton, George Bush e Bill Carter -dei viventi, mancava solo Gerald Ford-; ministri e parlamentari.
C'è stato un momento di contestazione, quando pochi giovani hanno cercato di srotolare uno striscione anti-Bush. Ma i giovani sono stati bloccati mentre la folla ne copriva le grida con applausi e il coro patriottico «U-S-A, U-S-A'. Discrete, e confinate in spazi preassegnati, le contestazioni non sono, però, mancate nella giornata: lungo il percorso della parata, nel pomeriggio, c'erano gruppi che mostravano cartelli e gridavano 'Bugiardì, 'Assassinì e 'Basta Guerrà al passaggio della Cadillac presidenziale. Una scritta, ironica, chiedeva scusa al mondo per la rielezione di Bush; un'altra, crudele, chiedeva al presidente di mandare «le gemelle in Iraq».
Segnali di dissenso e di malessere, confinati ai margini d'una giornata in cui Bush «ha colorato Washington di rosso», il colore dei repubblicani, nota un commentatore televisivo. Ma anche specchio di un'America divisa e rassegnata, che festeggia senza gioia e contesta senza speranza.
Un sondaggio del New York Times conferma la spaccatura dell'Unione: il 49% degli americani approva l'operato di Bush, il 46% lo disapprova. E una maggioranza di americani non s'aspetta nulla dal secondo quadriennio: nè progressi nell'economia, nè il ritiro dall'Iraq.
Giampiero Gramaglia

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