Martedì 18 Dicembre 2018 | 19:49

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Da Roma altra accusa: «Leggi inadeguate sui processi»

ROMA - «La giustizia naviga ancora in violazione dell'art.111 della Costituzione. La produzione legislativa di quest'anno non presenta nessuna connessione con il principio della ragionevole durata del processi». E' uno dei passi della relazione del procuratore generale di Roma, Salvatore Vecchione, per l'inaugurazione dell'anno giudiziario nella capitale. «Rispetto a questa necessità essenziale - scrive il magistrato nella relazione - tutta la più recente produzione è inerte: riguarda faccende diverse; è divergente dal dovere di intervento su di un sistema di normazione processuale incoerente e incompatibile con una aspettativa di contrasto efficace della criminalità, che, certo, non è soltanto quella terroristica o delle rapine o delle cosche, ma è anche quella che si insinua subdolamente nell'apparato economico del paese fino ad una disobbedienza diffusa che il cittadino medio percepisce come alimentata dalla inadeguatezza dell'azione di giustizia».

«Il nostro è e rimane uno Stato di diritto, tuttavia oggi vilipeso in una sua componente da insulti e soprattutto da insinuazioni di parzialità. Tutto ciò che si definisce crisi della giustizia va al di là del solo momento tecnico: è crisi di rapporti nelle istituzioni che compongono l'ordinamento dello stato». Lo afferma, senza nascondere un sentimento di «forte disagio», il procuratore generale di Roma Salvatore Vecchione nella relazione sull' amministrazione della giustizia nella capitale. Per Vecchione, certe illazioni insinuano nel cittadino «il dubbio che il risultato di un processo possa dipendere non dalla oggettività della ragione, ma da manovre o di favore o persecutorie o politiche premeditate dai magistrati requirenti e giudicanti, nemmeno esclusi quelli della Corte Costituzionale». «La realtà - ha aggiunto - è che quando si alimentano generalizzate denigrazioni verso un potere dello Stato si sarà compiuta una condannevole propaganda di sfiducia. Sicchè non può non sovvenire quanto già fu detto nell' antica Grecia: uno stato che non rispetta i suoi giudici è uno stato destinato a perire».

Hanno deciso di partecipare all'inaugurazione dell'anno giudiziario esibendo non solo una copia del Titolo IV della Costituzione contenente le disposizioni che riguardano la magistratura e il libro bianco dell'ANM sui disservizi sulla giustizia. Giudici e pm del distretto di Roma e Lazio hanno preso posto nella nuova aula magna della Corte d'Appello indossando la toga nera. A spiegarne il motivo è il presidente del tribunale Luigi Scotti: «La toga nera rappresenta un segno di lutto. Tutti noi siamo qui presenti alla cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario da un lato per rappresentare il nostro sforzo quotidiano e dall'altro per manifestare la profonda tristezza per come versa la giustizia».

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