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Italia 2012, occasione da non perdere

L'ultima volta fu nel 1990, quando le notti magiche di Totò Schillaci diventarono un incubo per mano (anzi, per piedi) di Maradona e Caniggia. Il sogno di tornare campioni del mondo dopo solo otto anni dal trionfo in Spagna svanì a Napoli nella semifinale persa ai calci di rigore. Restarono, a parte la delusione e i veleni per il sostegno al Pibe de Oro di una parte del pubblico partenopeo, una serie di stadi ammodernati, o costruiti di sana pianta, per ospitare le partite dei Mondiali, ma progettati senza alcuna lungimiranza.
Per arrivare all'appuntamento furono spesi centinaia di miliardi di vecchie lire per realizzazioni anche pregevoli esteticamente, ma che ben presto si sarebbero rilevate un flop dal punto di vista della funzionalità e, soprattutto, della fruibilità. Si pensi allo stadio San Nicola di Bari, negli ultimi anni sempre desolatamente vuoto, per il quale fu richiesta dal Coni una variante nel progetto per inserire la pista di atletica, poi pressoché inutilizzata. Insomma, mutui gravosi a carico dei contribuenti, per impianti i cui finanziamenti (moltiplicatisi in corso d'opera) sono peraltro finiti nell'inchiesta che ha visto indagati i vertici delle istituzioni calcistiche.
Negli anni polemiche infinite si sono succedute tra le amministrazioni comunali e i club di calcio circa le convenzioni d'uso delle strutture, la cui gestione è costata (e costa) milioni di euro a stagione (Juve e Torino a un certo punto si sono stufate di pagare circa 7 miliardi delle vecchie lire). Complice l'invasione delle tv (e l'inevitabile calo delle presenze sugli spalti), si è fatta largo l'idea all'inglese di stadi più piccoli, più confortevoli e strutturati in modo da farli fruttare anche prima e dopo l'evento sportivo.
Sono isolati i casi di stadi di proprietà (una delle prime fu la Reggiana), ma c'è, ad esempio, la Juventus che, con le potenzialità economiche che si ritrova, ha provveduto a firmare con il Comune di Torino una cessione dei diritti per 99 anni, in modo da poter intervenire autonomamente e riconvertire l'uso dell'impianto (il progetto prevede palestre, ristoranti, centri commerciali eccetera). Per gli altri ci sarebbe a disposizione il Credito sportivo, l'istituto del Coni che mette a disposizione risorse a mutui agevolati, ma gli Enti (di solito proprietari) sono in ben altre questioni affaccendati e si guardano bene dallo spendere fior di quattrini per stadi che in alcuni casi stanno ancora pagando. Senza considerare gli attriti di natura politica che spesso ci sono tra le società e le istituzioni.
In questo contesto, ecco ripresentarsi l'occasione (da non perdere) per (dover) intervenire nelle 10-12 città che ospiterebbero le gare degli Europei (che l'Italia ha già avuto nel 1968 e nel 1980) e per dar loro stadi stavolta al passo con i tempi, eventualità che lo stesso presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, considera opportuna, visto l'appoggio alla candidatura e l'accordo con il presidente della Federcalcio, Franco Carraro. L'Italia, del resto, è lontana dai parametri stabiliti dall'Uefa (la federazione calcistica europea), che ha stilato una serie di regole (dalla sicurezza, all'ospitalità, alle infrastrutture) per poter ospitare le fasi finali delle competizioni che sono sotto la sua egida. Milano e Roma, ad esempio, non potrebbero oggi ottenere la finale di Champions League. Davvero troppo per quella che è (o era?) una delle potenze mondiali della disciplina.
G. Flavio Campanella

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