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«Il toscano dal Mal d'Africa»

ROMA - «Il toscano dal mal d'Africa». E' il titolo d'apertura del suo stesso sito a definirlo così. Fabrizio Meoni era nato 47 anni fa, il 31 dicembre del 1957, a Castiglion Fiorentino, in Val Di Chiana.
Fabrizio "L'Africano" aveva iniziato la sua lunga avventura a due ruote a soli 14 anni, quando spinto dalla passione si tesserò per il Moto club del paese in sella ad una moto enduro. Era il segno di un destino legato al motociclismo estremo, con i rischi e le avventure di una vita senza limiti se non quelli della motocicletta. A venti anni Meoni diventa campione italiano junior enduro, poi inizia a viaggiare per il mondo. E a vincere. Il deserto diventa il suo regno: nel 1990 vince la sua prima corsa importante, il Rally Incas in Perù, ma già l'anno prima, a soli 21 anni si era fatto vedere nella durissima corsa sudamericana. Nel 1990 era già in sella alla sua Ktm: la passerella la fece a Rio de Janeiro, sulla spiaggia di Copacabana, dopo 6.700 km di corsa.
Ma arriva l'Africa: pagandosi le spese grazie alla rivendita di moto (con annessa officina) impiantata sotto casa. Da pilota privato ha cominciato ad inanellare risultati incredibili, soprattutto perchè quel "privato" significa avere a disposizione la moto di serie, dover fare la fila per i ricambi, e correre con l'assistenza che ti dà una mano solo quando ha tempo. Ciò nonostante sono arrivate prima le vittorie di tappa alla Dakar, poi i successi nel Rally dei Faraoni (che per gli esperti è anche più difficile della Dakar) e nel '99 il secondo posto all'arrivo in Senegal.
Fu quello l'exploit che convinse la Ktm - la moto con cui Fabrizio ha sempre corso - ad offrirgli la guida ufficiale. E lui ha ripagato la fiducia degli austriaci vincendo praticamente dappertutto nel 2000: in Tunisia, in Egitto e in Spagna, mettendoci anche la conquista della Coppa del Mondo ed il secondo posto nel Master.
Nel suo albo d'oro però manca ancora la Parigi-Dakar, l'ultimo sogno. Nel 2000 la perde dopo appena quattro tappe per una cronica mancanza di affidabilità di quella moto. Ma il successo arriva l'anno successivo, e il bis l'anno dopo ancora, nel 2002: Fabrizio L'Africano è pronto per l'incoronazione. Anche il suo avversario numero 1, il francese Richard Sainct lo ha detto: «E' giusto che la Dakar la vinca lui». E' l'unica gemma che mancava nella sua corona di re dei deserti.
Avversari, ma amici. E la lunga storia della vita che rincorre il pericolo e della morte che accompagna chi ama il rischio ha lasciato i suoi sigilli anche nella vita di Fabrizio Meoni. Nel 1994 fu lui a soccorrere per primo Angelo Cavandoli al Rally di Tunisia: il motociclista emiliano gli era appena caduto davanti a soli 4 km dall'arrivo. Fu Meoni, compagno di scuderia nella Ktm, a rendersi conto che per Cavandoli non c'era più niente da fare.
«Se non vinco io, è giusto che vinca Fabrizio», aveva detto Richard Sainct, incoronandolo suo successore e rivale d'elezione. Destino amaro: proprio lo scorso settembre al Rally dei Faraoni, Sainct ha trovato la morte in un tratto lungo e sabbioso. Aveva 34 anni e due figli, e anche lui correva per la Ktm. Ma lo scorso anno Meoni non gareggiava: aveva deciso di smettere proprio al termine dell'ultima Dakar, dove non era andato benissimo. Aveva annunciato l'intenzione di appendere la moto al chiodo. «Ma quando sono tornato a casa avevo capito che avevo ancora voglia - aveva dichiarato a Barcellona, alla vigilia della Parigi-Dakar 2005 - Questa volta è l'ultima, è sicuro». Non voleva finire nell'anonimato, non poteva finire come uno qualunque, lui che chiamavano Fabrizio l'Africano.

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