Martedì 11 Dicembre 2018 | 01:28

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Il massacro nascosto di bambini in Indonesia

Maremoto in Asia: scatta allarme bambini BANDA ACEH (INDONESIA) - Sono decine di migliaia i bambini morti a Banda Aceh. Un massacro nascosto dentro le cifre generali, piccole vittime che nessuno si preoccupa di contare più. Le statistiche ufficiali dell'Indonesia dicono che il 45% della popolazione ha meno di 15 anni, il che vuol dire che sugli oltre 100 mila morti finora accertati, almeno 40 mila erano bambini o adolescenti.
«Forse anche di più - azzarda Gianfranco Rotigliani, rappresentante dell'Unicef in Indonesia e da alcuni giorni giunto ad Aceh - perchè a differenza delle guerre, in cui perdono la vita soprattutto gli uomini, in queste catastrofi naturali le prime vittime sono i più deboli e indifesi».
Le autorità indonesiane, che continuano a raccogliere ogni giorno centinaia di cadaveri seppellendoli poi in fosse comuni, non annotano nulla sull'identità delle vittime e quindi neppure la loro età. Il bilancio finale non si conoscerà mai.
«Constatiamo che qui non ci sono molti orfani - riferiscono i responsabili dei campi profughi - forse la prova più evidente che i bambini per la maggior parte sono morti». Da tre giorni l'Unicef ha iniziato a raccogliere in città le denunce dei sopravvissuti, che vanno in cerca dei figli scomparsi, e i nomi e le foto dei bambini rimasti invece senza genitori: «Incrociamo i dati sperando che gli uni ritrovino gli altri» spiega all'Ansa Deni Iurba, coordinatore del centro allestito presso un campo profughi alla periferia di Banda Aceh.
Le denunce di bambini scomparsi sono state 470, i piccoli ritrovati senza genitori solo 43. Il computer che elabora i dati per tre volte ha compiuto il miracolo: Bunga, otto anni, Rojal, sei anni, e Adeirma, 10 anni, sono tra le braccia dei genitori. Tutti erano stati creduti morti.
Ritrovare qualcuno, è questo il sogno degli oltre 600 mila sfollati di Banda Aceh. E' il sogno anche di Irma, 13 anni, e di suo fratello Rabbil, 15 anni: «Mamma e papà sono scomparsi nell'onda, insieme a mia sorella e ad altri due fratelli - ci racconta la ragazzina, che per giorni è stata sottoposta a terapia psicologica da parte degli specialisti prima di uscire dal mutismo nel quale si era rinchiusa - io non so perchè mi sono salvata, non è stato merito mio. Rabbil è stato più bravo, è riuscito ad aggrapparsi a un balcone mentre lo tsunami tentava di portarlo via».
I due fratellini hanno vagato sette giorni soli per rovine di Banda Aceh: la loro casa non esisteva più, scomparsa insieme al resto della famiglia. Poi hanno deciso di presentarsi al campo profughi e ora l'Unicef ha inserito anche i loro nomi nel computer dei sogni.
Sogna di ritrovare la sua famiglia, anche se ancora non se ne rende conto, pure Ajun, circa 18 mesi, il più piccolo orfano della tragedia. Quel fagottino di panni ricoperto dalla melma è stato ritrovato sulla spiaggia della città, miracolosamente in vita. Della sua famiglia non si sa nulla, tanto meno il suo vero nome, che infatti è stato deciso al campo.
Il destino dei piccoli senza genitori sembra segnato: «Il governo vuole toglierli dai campi e metterli in orfanotrofio - spiega Gianfranco Rotigliani - e per evitare i traffici illegali non potranno essere neppure adottati perchè la nuova legge ora lo proibisce».
Dopo il maremoto anche la burocrazia li condanna a restare orfani.
Ma per il momento questi bambini sono ancora nelle tendopoli allestite per l'emergenza, e l'Unicef insieme alle altre organizzazioni per l'infanzia cerca di creare loro momenti di svago: maestre volontarie li riuniscono sotto una tenda e riprendono le lezioni, gli animatori li fanno cantare in coro, gruppi religiosi musulmani insegnano le preghiere.
Raja, otto anni, ha disegnato su un foglio bianco il mondo come lui lo vede ora: c'è il mare, che è tutto nero, e nel cielo insieme agli uccelli si vedono le barche che volano. Barche con le ali. Raccontato da Raja, l'incubo dello tsunami sembra già diventato una fiaba.
Carlo Bollino

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