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A Potenza nel 1944 la più grande strage ferroviaria d'Europa

ROMA - Il più grande disastro ferroviario d'Europa porta la data del 3 marzo del 1944. Furono 526 i morti ufficiali, quelli cioè in possesso del documento di viaggio. Ma i passeggeri presenti su quel convoglio e mai arrivati a destinazione erano in realtà molti di più. Il treno era carico di sopravvissuti di guerra. Non avevano nulla. Non possedevano, in molti casi, neppure documenti d'identità. A pochi chilometri dal capoluogo lucano, il treno 8017, prende fuoco in una galleria lunga più di un chilometro e mezzo. La galleria delle Armi.

Solo due carrozze scamparono al fuoco. In tutto il resto del convoglio, una strage. Centinaia i cadaveri tirati fuori dal tunnel. Senza contare quelli che non vennero mai recuperati. Da allora la Galleria delle Armi è stata chiamata la Galleria della Morte. Sulla vicenda, che capitò nel mezzo della Seconda Guerra Mondiale, scese il sipario molto presto. Sui colpevoli, sulle cause, sul numero esatto delle vittime, non venne mai fatta piena luce. Ma l'eccidio del 8017 è una storia che in molti, tra i lucani della zona, ricordano ancora.

L'8017 era un treno di disperati in fuga dalla fame. Fra Bari e Napoli, nel 1944, erano stati concessi due treni la settimana con un massimo di 600 persone per ogni convoglio. Troppo poche per le esigenze della popolazione lucana e pugliese.
E così, due notti alla settimana, quei treni venivano presi sistematicamente d'assalto da decine e decine di persone, che si rifugiavano nelle carrozze adibite al trasporto merci e viaggiavano da clandestini. Gli ufficiali del posto lo sapevano. Semplicemente, non potevano fare nulla per impedirlo. Ecco perché, quella maledetta notte, il convoglio era trainato da ben due locomotrici. La mole del treno era tale che una sola motrice non sarebbe riuscita a sostenenerne il peso.

L'8017 Napoli-Battipaglia-Potenza, partì da Balvano alle 0,50 del 3 marzo 1944. 12 i vagoni ufficialmente carichi e 35 vuoti, nei quali si era introdotto un numero imprecisato di persone. Alcuni ipotizzano fossero addirittura 600. Nessuno di loro arrivò mai alla stazione di Bella-Muro Lucano. L'ultima tappa del treno fu quella di Balvano. Era da poco passata la mezzanotte.
Il piccolissimo centro urbano è esattamente nel mezzo tra due lunghissime gallerie, quella di Romagnano al Monte e quella delle Armi. Subito dopo, la linea ferroviaria corre a mezza costa lungo la valle del Platano. La Galleria delle Armi segue lo stesso tortuoso percorso: lungo i 1500 metri del tunnel non vi è un solo rettifilo. E, soprattutto, non esiste una sola condotta di areazione.
Il merci supera la prima galleria, poi la seconda, quindi un tratto all'aperto, in una forra, e si trova di fronte alla Galleria della Morte. Il treno percorre i primi duecento metri, poi le ruote non mordono più le rotaie, girano a vuoto. La pendenza, il peso, le carrozze aggiunte, non permettono alle locomotive di continuare a muoverlo.

I macchinisti continuano a dare gas, e, quando si rendono conto del pericolo, danno alle due locomotive comandi diametralmente opposti: uno di avanzamento e uno di retromarcia. Non c'è tempo per rimediare tanto che essi stessi vengono investiti dall'ossido di carbonio che presto invaderà la galleria, uccidendo centinaia di persone. Il treno 8017 si era trasformato in una lunga bara. Solo al mattino arrivarono i primi soccorsi. I vagoni erano ancora in fiamme.

Il convoglio fu rimorchiato a Balvano. In un vagone i corpi delle vittime erano talmente ammassati che non si riuscì a far scorrere lo sportello. Bisognò squarciarlo. I volti erano sereni. Un colonnello dell'esercito americano raccontò in seguito: «Non mostravano il minimo segno di sofferenza. Molti erano seduti con il busto eretto o nella posizione di chi dorme tranquillo». Erano stati avvelenato dall'ossido di carbonio. Quei corpi vennero sepolti in una fossa comune. Soltanto più tardi, per desiderio dei parenti, alcune salme furono riesumate e sepolte più decorosamente.

Ad oggi non esiste una ricostruzione ufficiale dei fatti. Nessuno ha mai pagato per la più grande strage ferroviaria d'Europa.

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