Venerdì 14 Dicembre 2018 | 15:58

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In India scomparsi dalle liste gli «intoccabili»

NAGAPATTINAM (India meridionale) - Li chiamano gli «intoccabili» e sono i più poveri fra i derelitti dell'India, da sempre vittime di ufficiali discriminazioni. Ma nella tragedia provocata dal maremoto del 26 dicembre, rischiano di diventare anche le vittime invisibili.
Testimoni raccontano che a Nagapattinam, grosso sobborgo di pescatori nel sud dell'India che è stato il più colpito dallo tsunami, i loro corpi sono rimasti per giorni abbandonati fra le macerie senza che nessun soccorritore si degnasse di raccoglierli: per farlo sono dovuti intervenire altri «intoccabili» incaricati dal munIcipio della città. Ora si scopre che mancano 1181 nomi dagli elenchi ufficiali dei morti nel distretto: «Saranno loro ad essere stati cancellati -denuncia all'Ansa padre Antony, un missionario cattolico indiano collegato alla Pime italiana e che partecipa alle operazioni di soccorso a Nagapattinnam - per le nostre autorità i dalit (espressione con cui vengono indicati gli «intoccabili») non hanno nessun diritto, semplicemente perché non vengono considerati uomini».
Non comparire nelle liste ufficiali delle vittime toglie alle famiglie il diritto di ottenere il risarcimento stanziato dal governo, e secondo il sacerdote potrebbe essere questa la ragione della loro cancellazione. Ma come si è scoperta la scomparsa dei nomi? Nagapattinam è oggi una cittadina fantasma: il maremoto del 26 dicembre ne ha ridotto il litorale abitato in un cumulo di detriti, le strade sono cosparse di polvere disinfettante e nell'aria si respira odore di cloro perché il nuovo incubo che si teme e che si vuole scongiurare è quello di un'epidemia. Anche l'ospedale cittadino, che sorge a ottocento metri dall'oceano, è stato investito dall'onda che ne ha distrutto letti e apparecchiature. L'unico ufficio rimasto aperto (oltre al pronto soccorso) è quello del direttore generale, il dottor Venkajachalam, che sin dal giorno del disastro annota con puntigliosità le statistiche: «Il numero di cadaveri che abbiamo registrato nell'intero distretto finora è di 7196» dice all'Ansa, dove aver spulciato il suo registro.
I dati, ci spiega il medico, vengono raccolti dall'ospedale (se si tratta di morti e feriti) e dalla polizia (che sembra incaricata di registrare solo le denunce di scomparsa): tutte le informazioni vengono poi dirottate al «Collecter center», un organismo governativo che ha il compito di redigere le statistiche ufficiali e distribuire gli aiuti.

Il «Collecter center» di Nagapattinam sorge in un palazzone all'ingresso della città. A dirigerlo è Veera Shanmugha Moni, che rappresenta la più alta carica statale sul fronte locale delle operazioni di soccorso. Il funzionario è ligio nel presentare anche i suoi dati: «I morti recuperati fino ad oggi sono 6015» dice, esibendo una tabella che risulta aggiornata alle «9:30 del mattino del 4 gennaio». Ma come mai in ospedale hanno registrato 1181 morti in più? La domanda non trova risposta. «Molti cadaveri sono stati frettolosamente bruciati - afferma padre Antony - e sarà quindi impossibile scoprire la verità». Un altro problema è il ritardo con cui vengono assistiti i senzatetto. Secondo un documento di cui è venuta in possesso l'Ansa, risulta che dal 28 dicembre scorso al 3 gennaio nello stesso distretto di Nagapattinam sono stati distribuiti aiuti alimentari ed altre forme di sostegno solo a 11.104 famiglie rispetto alle 36.660 ufficialmente colpite. Come dire che a nove giorni dalla tragedia, il 60 per cento dei 91mila sfollati alloggiati nei centri di accoglienza (su 196.000 persone evacuate nel distretto) è ancora senza un'assistenza governativa. «Bisognerebbe indagare - incalza padre Antony - perché la corruzione pubblica rischia di mangiarsi gli aiuti destinati ai più poveri».

Il mistero riguarda infine il numero dei dispersi: «Sono fra 5 e 600, non di più» ci assicura un funzionario del «Collecter center». Una cifra curiosamente vaga rispetto alla puntigliosità con cui la burocrazia indiana ha saputo invece censire le case colpite (36.860), le coltivazioni danneggiate (2060), le barche distrutte (6407) e persino il numero dei capi di bestiame morti (5023, in gran parte mucche e agnelli). Come mai per i dispersi non si dispone di una cifra altrettanto esatta? «Il rischio è quello di nascondere la reale portata della tragedia per speculare sugli aiuti - denuncia ancora padre Antony - io personalmente ho girato in decine di villaggi di questo distretto e raccolgo ovunque segnalazioni di persone morte o scomparse. Le vittime secondo i nostri calcoli sono sicuramente più di diecimila».
Carlo Bollino

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