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Il pescatore Kumar torna a sfidare l'oceano, è il primo dopo lo tsunami

MADRAS - «L'oceano mi ha tradito perché ha colpito senza nessun segnale di preavviso, ma io non posso temerlo, la mia vita continua a dipendere da lui». Kumar ha 51 anni e da quando ne aveva sei fa il pescatore a Madras, nell'India meridionale.
Lo tsunami che ha seminato morte e distruzione in tutta l'Asia, si è abbattuto sul litorale della città investendo con la sua forza spaventosa la grande spiaggia, luogo di attracco e di partenza per i quasi 200mila pescatori che vivono in questo capoluogo di sei milioni di abitanti.
Kumar è il primo ad aver scelto di tornare a sfidare l'oceano: «Anche la mia barca è stata danneggiata - ci racconta - ma io ho lavorato giorno e notte per ripararla, e da ieri mattina sono tornato a pescare». E' un segno della vita che riprende in un Paese che continua a raccogliere cadaveri e che ormai conta oltre 15mila vittime fra morti e dispersi.
Kumar parla dell'oceano come fosse una persona: «Di lui conosco ogni colore - dice - riesco a interpretarlo e a prevederlo, ma domenica mattina ha taciuto: niente, assolutamente niente, nemmeno il più piccolo segnale. Quell'onda gigantesca è venuta fuori dal nulla, il cielo era sereno, il vento era quello debole di ogni mattina». Lo tsunami ha investito la grande spiaggia di Madras (che fu fatta costruire artificialmente dal governatore inglese della città poco più di un secolo fa) mentre i pescatori si preparavano ad uscire in mare: «Io mi sono salvato nuotando - ricorda Kumar - dove adesso c'è la spiaggia l'acqua aveva raggiunto in pochi secondi dieci metri di profondità spingendosi fino al centro abitato, ed io non avrei mai pensato nella mia vita di poter nuotare sopra la strada». Fra le 200 vittime di Madras la gran parte erano donne e bambini «perchè loro - dice il pescatore - non avevano bisogno di saper nuotare, e sono morti annegati sul marciapiede». L'onda ha travolto e ucciso anche molti giovani impegnati di domenica mattina a fare jogging sul lungomare. Gli uni e gli altri simboli contrapposti di un'India nella quale lo sviluppo convive con povertà, modernità e tradizione.
«Io se pesco guadagno il corrispettivo di 3 Euro al giorno - racconta Kumar - la mia barca ne vale quasi 2000 e le reti 700: non posso permettermi di aspettare gli aiuti del governo». Kumar sembra l'unico e pensarla così. Mentre lui parla si radunano intorno altri pescatori, tutti per protestare contro le autorità centrali che finora non hanno promesso nessun rimborso: «Le nostre barche sono distrutte - dice Tamilvanan, 35 anni - Kumar è fortunato che ha potuto ripararla, ma per le nostre non c'è nulla da fare. E' lo Stato che deve aiutarci, è lo Stato che deve darci i soldi per tornare a lavorare».
Ranganathan ci tira per un braccio, ci costringe ad attraversare la strada e arriva fino ad una grande aiuola: «Ecco - dice - la mia imbarcazione è stata trasportata dall'onda fin qui, e io l'ho ritrovata sfasciata in mezzo ai fiori. I morti sono morti, ma a noi vivi adesso chi pensa?».
Kumar racconta il suo primo giorno in mare dopo la grande paura: «E' stato emozionante - dice - come rinascere una seconda volta. Sentire le onde e capire di poterle di nuovo dominare, tirare le reti e vedere che i pesci ci sono ancora. Forse è stata proprio questa la sensazione più sorprendente, rivedere i pesci nella rete: perché quella domenica sembrava che il mondo fosse finito. Dopo quella domenica credevo che l'oceano non sarebbe stato mai più lo stesso».
Carlo Bollino

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