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Don Carlo: «italiani venite a Phuket, abbiamo bisogno di turismo»

PHUKET (THAILANDIA) - E' stata duramente colpita dallo tsunami ed è una delle capitali del cosiddetto «turismo sessuale». Ma don Carlo - che respinge l' etichetta, perché qui «sono tutte brave persone» - lancia un appello, anzi una preghiera, agli italiani: «venite a Phuket, tornate in Thailandia; questa gente ha bisogno di tutto e proprio adesso non deve essere abbandonata».
Siciliano di Siracusa, 75 anni, Carlo Ramondetta è un frate dei Padri Servi di Maria, che non sa niente di «turismo solidale», ma ne predica tutti i precetti. Da 25 anni in Thailandia, è di fatto il parroco cattolico di Phuket: dice messa ogni giorno alle 18, e alla domenica alle 9.30. Il giorno dello tsunami era arrivato all' omelia quando l' onda ha invaso la chiesa e tutti, il frate insieme ai 40 fedeli, sono saliti sui banchi. «Se siamo vivi lo dobbiamo soprattutto a Pon, un mio collaboratore di qui, che insieme ad altri ci ha portato al piano di sopra. Scriverò all' ambasciata per chiedere che venga ricompensato con il passaporto italiano: mi accompagna sempre nei miei viaggi e ama il nostro Paese».
Il maremoto, che ha seminato morte e distrutto case, bar e ristoranti, «ha messo in ginocchio tanta gente di Phuket, molte persone - dice don Carlo - hanno ora bisogno davvero di tutto e il turismo è una risorsa che non gli si può far mancare». E allora: «italiani venite a Phuket, venite in Thailandia e fatelo adesso. Mi dispiace molto che dall'Italia si dica di non partire: è da vigliacchi». Il frate spiega che «non c'è alcun pericolo, non ci sono rischi di epidemia o di altre cose». E a chi obietta che forse non è questo il momento per prendere la tintarella sulle spiagge dove una settimana fa si raccoglievano i morti, risponde prima con un' occhiataccia. E poi a parole. «Se si vuole aiutare questa gente è questo il modo migliore».

All'Italia, padre Carlo chiede l'invio di aiuti, «perché ora c'è bisogno di qualsiasi cosa». E agli italiani, non solo di prenotare una vacanza ma anche di adottare dei bambini a distanza. Questo è un suo pallino, che lo ha portato finora a un centinaio ("98, per la precisione") di tali adozioni: 12 da quel maremoto e le telefonate continuano ad arrivare. «Molti connazionali telefonano ogni giorno chiedendo di adottare gli orfani della tragedia e io dico loro che la cosa migliore è sostenerli a distanza». Come funziona? «Individuo il bambino - risponde - spedisco in Italia una foto e poi apro a suo nome un conto corrente, dove la famiglia adottiva può versare quello che vuole».
Il parroco di Phuket, cappello da baseball in testa, maglietta a righe con un piccolo crocifisso, in pratica un anziano turista, ricorda sempre nelle sue preghiere le vittime italiane dello tsunami. Tra loro c'erano anche una coppia di coniugi e il nipotino, che frequentavano abitualmente la chiesa. Dispersi a Phi Phi. Ma ricorda pure i morti thailandesi, come un suo amico travolto dall' onda a Pang Nga, insieme alla moglie e a una figlia. «Si voleva a tutti i costi battezzare. Non ne ha avuto il tempo». Ma il suo pensiero va soprattutto a quelli che sono vivi: «l'Italia li aiuti».

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