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Uno dei sopravvissuti italiani accusa: «una strage che si poteva evitare»

Marco, ferito dallo tsunami PHUKET (THAILANDIA) - «Bastava qualcuno che ci dicesse 'attenti, scappate'. E la strage, due ore dopo, si poteva evitare». Ha gli occhi lucidi, ma parla con rabbia Marco Ruggieri, uno dei sopravvissuti dello tsunami.
Ha una gamba fratturata e altre lesioni in varie parti del corpo, e il fratello spinge la sedia a rotelle fuori dall'ospedale di Phuket, verso l'Italia. Nel pomeriggio è salito sul volo speciale che, insieme ad altri feriti, lo riporta a Milano. Con lui, però, non c'è più Monica, 36 anni, di Monza, la sua fidanzata. Stavano insieme da dieci anni ed insieme erano andati in vacanza. Per lei era la prima volta a Phuket, per lui la seconda.
Marco non vuole neppure pensare di averla perduta per sempre. «E' dispersa, non è morta». Ed uscendo dall'ascensore dell'ospedale se la prende perché la foto della sua compagna, con i dati, il luogo della scomparsa e i numeri di telefono, non c'è più. Scomparso anche lui, sotto centinaia di volantini con altre facce, altri luoghi, altri numeri da chiamare.
A Phuket resta il fratello, che continuerà le ricerche. «Sono stato in tutti gli ospedali, ho visto le foto di tutti i cadaveri, ho scorso gli elenchi. E domani proseguo». Sempre il fratello spiega che Marco «non solo è ferito, ma è distrutto dentro, moralmente abbattuto». E si vede, perché mentre parla, spesso, all'improvviso non riesce a trattenere le lacrime. Però è anche determinato, e arrabbiato, nel suo durissimo atto d'accusa: «a Phi Phi Island c'erano forse cinquemila persone e moltissime sono ora disperse. Bastava solo un avviso, un segnale, e potevano salvarsi tutte».

Marco Ruggieri accetta di raccontare quella giornata. «Alle 8 siamo stati svegliati dal terremoto, ma tutto è proseguito come se fosse un giorno normale, come se niente fosse successo. Nessuno ha dato l'allerta, un segnale, una voce. Siamo allora scesi di sotto per la colazione e poi la spiaggia. Io sono stato travolto da una valanga di fango, Monica da quel momento non l'ho più vista. Ma guai a chi dice che è morta. E' dispersa».
Il ferito viene accompagnato verso l'ambulanza, che lo trasporterà in aeroporto. Prima di lui, in barella, sono state portate via altre due italiane che si non si sa come si sono salvate. Sono gravi, ma si sono salvate. E così anche la figlia di una di queste: femore rotto. Sullo stesso aereo diretto a Malpensa e poi a Roma anche una terza donna, pure lei con lesioni importanti, ed Enzo Grassi, il grafico pubblicitario che torna a casa senza la sua compagna, da anni immobilizzata su una sedia a rotelle, travolta dall' onda.
Provengono da Como, Bologna, Venezia e altre città. In tutto nove feriti, gli ultimi sopravvissuti italiani di questa ecatombe. I più non hanno voglia di parlare, molti - anche volendo, con le flebo attaccate alla lettiga - non possono. Anche Marco è restio. Prima dice qualcosa il fratello, lui tace poi quel chiodo fisso che lo tormenta dal primo giorno vince anche la riservatezza e il dolore.
«Non è possibile - dice e ripete - che nessuno abbia dato l'allarme. Bastava che ci dicessero 'è pericoloso, scappate', c'era tutto il tempo per mettersi in salvo». E la foto di Monica, forse, oggi non si troverebbe sui muri della città.
Vincenzo Sinapi

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