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Aspettando il decreto legge per le imprese, è allarme-occupazione

Fatta la finanziaria, ora dopo l'Epifania si attende la convocazione di imprese e parti sociali da parte del Governo per il varo del decreto legge sulla competitività delle imprese.
Ciò che preoccupa particolarmente oggi il mondo imprenditoriale - in tutta Europa - è l'ennesima impennata dell'euro, ostacolo all'espansione dei rapporti commerciali.
Stamane l'euromoneta ha toccato quota 1,3647 dollari. Secondo le rilevazioni della Banca Centrale Europea, ieri aveva segnato 1,3633 dollari.

Ma intanto è allarme-occupazione. Nel 2005 i posti di lavoro a rischio potrebbero sfiorare le 200 mila unità. I settori più esposti sono il tessile, il metalmeccanico, il siderurgico, ma anche il chimico e l'alimentare. L'allarme viene dai sindacati che ribadiscono la loro richiesta di mettere l'emergenza occupazione, soprattutto nell'industria, al primo posto dell'agenda del nuovo anno.
EMERGENZA NELL'INDUSTRIA
È il settore che preoccupa maggiormente. Il dato emerso finora è di 160 mila posti a rischio, ma - secondo alcune stime sindacali - potrebbe aumentare, fino a raggiungere le 200 mila unità, in assenza di interventi. Nei giorni scorsi i sindacati hanno chiesto a tutte le organizzazioni imprenditoriali un incontro per affrontare la perdita di competitività del nostro sistema. E, in precedenza, il governo ha annunciato l'intenzione di convocare le parti dopo l'Epifania, in vista del varo del decreto sulla competitività. L' incontro - secondo quanto si apprende - dovrebbe tenersi non prima del 10 gennaio. La mancata approvazione della riforma degli ammortizzatori sociali, prevista dal Patto per l'Italia e ancora all'esame del Parlamento, rende ancora più complicata la gestione della riforma degli esuberi. Già quest'anno - fanno notare i sindacati - nell'area del tessile e nell'indotto Fiat sono stati necessari interventi straordinari per dare un minimo di copertura ai redditi nel caso delle piccole aziende che ne sono prive.

I NUMERI DELLA CRISI
«Sono circa 3 mila le aziende in crisi e 160 mila i posti a rischio - rileva il segretario confederale della Cisl, Giorgio Santini - è chiaro che se non si intravedono risposte il dato è destinato a peggiorare. Basti pensare che solo l'arcipelago Fiat tiene insieme oltre un milione di persone. Il fatto preoccupante è che alcune crisi sono al secondo e terzo anno. Ci sono i casi del settore dell'elettronica, della chimica, ma anche quelli in amministrazione straordinaria come Parmalat, Tecnosistemi, Finmek. Fatto l'intervento di emergenza, il problema è capire come se ne esce. Lo stesso discorso, per esempio, vale per la compagnia Volare». Secondo Santini, dunque, per il governo e le associazioni imprenditoriali l'attenzione va focalizzata da una parte su come uscire da queste emergenze, dall'altra si tratta di concentrare gli sforzi su alcune linee di politica industriale. «Nel tessile - afferma il segretario generale della Filtea-Cgil, Valeria Fedeli - sono 50 mila gli addetti che hanno perso il lavoro nel 2004 e si prevedono altre 90 mila perdite nel corso del 2005 su un totale di 800 mila addetti compresi il settore moda, accessori, calzature, pelletterie, occhialeria. Oltre alla chiusra delle fabbriche, c'è anche una competizione globale che si gioca senza regole. A tal fine è stato firmato a Bruxelles un accordo tra tutti i rappresentanti del settore tessile a livello europeo per creare una piattaforma di regole comuni. Ci stiamo impegnando anche a raccogliere firme nei 25 paesi europei per sostenere un commercio «. A rendere più esposto il settore anche la scadenza dell'accordo Multifibre in ambito Wto. Pertanto, dal primo gennaio saranno liberalizzati gli scambi commerciali nel settore tessile. La crisi del tessile è diffusa in modo capillare su tutto il territorio nazionale, interessando l'area piemontese, lombarda, toscana, veneta, umbra, ma anche marchigiana con le calzature, nonchè quella pugliese e calabrese.
Secondo il segretario confederale della Uil, Paolo Pirani, la stima di 200 mila posti a rischio nel prossimo anno è credibile, considerando che «ormai sono un centinaio i tavoli aperti con il governo» per crisi industriali. Per farvi fronte e quindi arginare l'emorragia di posti di lavoro, Pirani chiede «scelte coraggiose per il rilancio della politica industriale individuando le risorse e selezionando i settori su cui intervenire individuando gli strumenti di mano pubblica. Oggi ci troviamo in una tempesta senza però che ci sia un timone». A sottolineare la «crisi generalizzata delle piccole e piccolissime imprese, nelle quali non si può intervenire con gli aiuti degli ammortizzatori sociali», è il segretario generale della Fim-Cisl, Giorgio Caprioli». Per il sindacalista, inoltre, la fine della proroga per l'applicazione della legge Biagi potrà creare ulteriori problemi. «Chiederemo al governo - annuncia - che ci sia un limite nel numero di assunzioni con questi nuovi contratti». - RINNOVI

CONTRATTUALI, 6 MLN IN ATTESA
Sullo sfondo della crisi industriale anche i rinnovi contrattuali. Insieme ai metalmeccanici, per i quali Fiom, Fim, Uilm potrebbero arrivare ad una intesa sulla piattaforma unitaria da presentare a Federmeccanica, ci sono circa 6 milioni di lavoratori ancora in attesa del contratto. «Il settore più grande - ricorda la segretaria confederale della Cgil, Carla Cantone - è quello del pubblico impiego con circa 3 milioni e mezzo di addetti (il cui contratto è scaduto da un anno e per il quale è in corso da tempo un duro braccio di ferro con il governo, ndr), ma in attesa del nuovo contratto ci sono anche un milione e 300 mila metalmeccanici, un milione di agricoli, 700 mila chimici e 300 mila bancari».

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