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Tsunami - Esperti Usa: basso rischio epidemie ma è emergenza acqua potabile

LOS ANGELES - I peggiori nemici delle popolazioni del sudest asiatico sopravvissute al maremoto sono l'acqua contaminata e l'affollamento nei punti di raccolta dei senza casa. E non, come si potrebbe ipotizzare, epidemie di malattie infettive per l'enorme quantità di corpi in decomposizione in attesa di sepoltura. Lo assicurano gli esperti americani di medicina dei disastri dei Cdc (Centers for Disease Control and Prevention) di Atlanta.
«Un focolaio di malattia infettiva, e in particolare le epidemie, sono molto, molto rari dopo un disastro naturale -dice Mark Keim al Los Angeles Times- si tratta di un'idea sbagliata che ha la gente. Non si verificano dopo i terremoti, nè dopo gli uragani, nè dopo gli tsunami».
SERVONO 20 LITRI DI ACQUA POTABILE A PERSONA OGNI GIORNO
E' quindi l'acqua potabile uno dei problemi principali per le popolazioni del sudest asiatico sopravvissute al maremoto. «Dobbiamo assicurare almeno 20 litri a persona al giorno», dice Dana van Alphen, consulente regionale nel Programma catastrofi della Pan american Health organization, aggiungendo però che «non si sa come garantirla, perchè alcune zone sono inaccessibili. Le strade sono chiuse e portare acqua con gli elicotteri è molto difficile, costoso. L'acqua -considera infine- è pesante».
«Se la gente ha sete, berrà qualsiasi genere di acqua disponibile», avverte dal canto suo il presidente degli infettivologi americani Martin Blaser. E se epatite, colera e febbre tifoide sono malattie endemiche nell'area colpita dallo tsunami, c'è il rischio che soprattutto bambini e anziani si trasformino in vulnerabili vittime di infezioni respiratorie, favorite dall'affollamento nei campi di fortuna organizzati per i senzatetto.
L'allarme acqua è stato lanciato anche dall'Unicef. Milioni di persone rischiano di contrarre una malattia, ha sottolineato il Fondo delle Nazioni unite per l'infanzia, se non si provvederà al più presto a fornire acqua potabile alle vittime dello tsunami nel sudest asiatico. Secondo quanto affermato dal direttore esecutivo dell'Unicef, Carol Bellamy, l'acqua stagnante può essere pericolosa tanto quanto il maremoto.

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