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Tsunami - Nell'inferno di Galle, tra decine di morti

GALLE (SRI LANKA) - E' un incrocio tra un gigantesco ingorgo e uno spaventoso esodo biblico. Con centinaia di uomini tra veicoli e biciclette che si aggirano come se nulla fosse tra i cadaveri di donne e bambini, restituiti dall' acqua o sepolti sotto cumuli di macerie e fango. Galle oggi è così. Quella che fino a ieri era una delle perle del Sud dello Sri Lanka, meta di centinaia di migliaia di turisti ogni anno, oggi è un ammasso di macerie, da cui proviene un odore di nafta mischiato a quello di corpi in decomposizione.
E non aiuta a migliorare la situazione la cappa di umidità che ristagna sulla città, quasi che qualcuno non volesse far andare via l'incubo. Sul lungomare di Galle non c'è più una costruzione in piedi: il mare si è preso prima i chioschi dei venditori ambulanti e i negozietti sulla spiaggia e li ha sventrati. Poi è andato oltre, accanendosi su case e baracche. Ora sono rimasti solo mattoni, fango, resti di muri, stracci di mille colori, frammenti di porte e finestre e mercanzia dei negozi. Un souk inverosimile.
La stazione dei bus, alle spalle della piazza centrale e a circa 200 metri dalla spiaggia, è stata investita in pieno dall' onda di maremoto. I bus sono volati sulle auto, che sono volate sugli altri bus, formando un ammasso scomposto di lamiere a 100 metri di distanza dal punto in cui l'onda aveva urtato i mezzi. Alcuni, invece, sono stati letteralmente scagliati contro i palazzi, e si sono fermati dove hanno potuto: contro le finestre dei primi piani o i negozi al pianoterra. Al posto di mobilio e indumenti.
E l'inferno non cambia se ci si sposta a Unawatuna, cinque chilometri a Est di Galle, o Hikkaduwa, 18 chilometri in direzione Colombo. Del ristorante 'New Milanò, sulla spiaggia di Unawatuna, resta solo l'insegna e l'arcata in cemento armato che la sorregge. E quella che era la flotta dei pescherecci di Galle è stata ammassata dall' onda sul lungomare, in un intreccio di reti e colori.
In realtà è tutta la costa Sud ad essere diventata un palcoscenico di morte. Basta solo avvicinarsi al mare per rendersene conto: fino ad un chilometro dalla costa sembra non essere successo nulla; poi inizia l'incubo, prima solo accennato dal fango nei poveri giardini e infine, a 300 metri dal mare, evidente nella sua brutalità.
La gente però sembra quasi non tenerne conto: cammina per le strade lentamente. Rovista tra le macerie per cercare qualcosa di utile. Qualcuno ogni tanto scava: ma ci si muove seguendo la puzza, non la logica. I cadaveri rimangono in strada a decine, a volte coperti alla meno peggio e a volte neanche quello. Molti sono bambini, le loro manine escono fuori dagli stracci che qualcuno gli ha gettato addosso.
La gente guarda e tira dritto. Non c'è neanche il minimo tentativo di organizzare una macchina dei soccorsi ed è impossibile sapere il numero dei morti, diverse migliaia, sicuramente in tutta la zona, a Galle; e in realtà nessuno sembra interessato veramente a saperlo.
Polizia, esercito, marina e aeronautica si limitano a sorvegliare con navi, elicotteri e soldati. Ma non si sa bene cosa. Non c'è una ruspa, non c'è un'autogru, non c'è una squadra di recupero per i corpi. Ogni tanto passa un camion, ne prende qualcuno e lo porta fuori città per bruciarlo: il rischio di epidemie non è così remoto, e viste le condizioni sanitarie della zona non c'è da scherzare. Le autorità locali cercano in qualche modo di venire a capo del disastro, ma è solo l'iniziativa degli abitanti del luogo che in qualche modo cerca di far ripartire la vita. Chi è sopravvissuto però accoglie con una sorta di fatalismo quel che gli è capitato, cercando di sorridere e continuare a vivere, nonostante i morti nelle strade.
A due chilometri da Hikkaduwa, è deragliato due giorni fa un treno. C'erano a bordo tra 500 e mille persone: il numero esatto nessuno lo sa. Sono ancora lì, sepolte nella scatola di ferro, in mezzo ad una gigantesca, surreale confusione. Tra i clacson che non smettono mai di suonare.
Matteo Guidelli

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