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Tsunami - I morti potrebbero arrivare a 100.000. Epidemie in agguato

ROMA - Una catastrofe umanitaria di dimensioni eccezionali si sta delineando in Asia, le cui coste meridionali sono state devastate dal maremoto di ieri che ha ucciso decine di migliaia di persone e distrutto interi villaggi. I soccorritori ammassano cadaveri in pile informi, mentre i sopravvissuti cercano disperati parenti e amici negli ospedali affollati, che non riescono a tenere il passo con l'emergenza. Bambini, numerosissimi fra le vittime, vengono sepolti a centinaia in fosse comuni. In fretta, perchè incombe il pericolo di epidemie altrettanto devastanti in questi Paesi privi di strutture sanitarie efficienti.
La violenza dello tsunami - termine giapponese che indica il fenomeno nel Pacifico di onde anomale provocate da terremoti sottomarini - ha investito 11 paesi, dall'Indonesia fino alla Somalia, che ha registrato un centinaio fra morti e dispersi. Il muro di acqua di dieci metri si è sollevato dopo una scossa tellurica di magnitudo 9 sulla scala Richter dieci chilometri sul fondo dell'Oceano indiano al largo di Sumatra, l'isola indonesiana che per il sisma - il peggiore degli ultimi quarant'anni - secondo esperti americani si è spostata di 30 metri verso SudOvest.
Le cifre del disastro sono imprecise e destinate a salire di ora in ora. Con il calare della notte sull'Asia si parla di 30.000 morti - la Croce rossa internazionale ne ha accertati 23.700 - ma esperti dicono che il numero reale potrebbe essere di 100.000. Senza contare le eventuali vittime di epidemie. Aiuti umanitari stanno arrivando da ogni parte del mondo per i milioni di persone che nella furia dell'onda anomala hanno perso tutto, parenti, casa, lavoro. E ora sono a rischio di colera, tifo, malaria e altre malattie portate da acque inquinate, da cadaveri insepolti.
Jan Egeland, coordinatore degli aiuti di emergenza delle Nazioni Unite, ha detto che il costo del disastro potrebbe ammontare «parecchie miliardi di dollari». Ma, ha aggiunto, «non possiamo neanche immaginare il costo per queste società così povere, per i pescatori senza nome, per i villaggi che sono stati cancellati dal mare. Centinaia di migliaia di possibilità di sussistenza sono scomparse».
L'India (6.823 morti accertati) parla di 30.000 dispersi solo nelle isole di Andamane e di Nicobar. Lo Sri Lanka indica che quasi 11.000 persone sono state uccise lungo le sue coste, mentre i ribelli Tamil hanno registrato 2.000 morti.
I governi di Indonesia (5.000 i morti accertati ) e Thailandia hanno ammesso che l'allarme - il tsunami è prevedibile e si possono prendere provvedimenti di evacuazione - non è arrivato o è giunto troppo tardi. Ma per l'Oceano indiano, a differenza del Pacifico, non esiste un sistema di allerta.
In Thailandia, una delle mete preferite per le vacanze di Natale degli europei, i morti accertati sono 1.000, ma migliaia sono ancora dispersi. E 56 morti sono stati contati in Birmania, 51 in Malaysia, 52 nelle Maldive più 68 dispersi, due in Bangladesh, 40 in Somalia più 60 dispersi, dieci in Tanzania e uno in Kenya.
Con le comunicazioni ancora interrotte nelle zone più vicine all'epicentro del maremoto, le autorità prevedono che il numero delle vittime salirà nei prossimi giorni. Il vicepresidente indonesiano Jusuf Kalla ha detto che a Sumatra potrebbero essere 10.000. A Banda Aceh, nel nord di Sumatra, a 240 chilometri dall'epicentro del terremoto, decine di cadaveri gonfi, restituiti dal mare, sono disseminati lungo ciò che resta delle strade, mentre soldati e parenti disperati cercano sopravvissuti. Cinquecento corpi in buste di plastica sono ammonticchiati, imputridiscono al sole tropicale. Banda Aceh, a differenza degli altri posti, ha sofferto anche per il sisma che ha distrutto il centro della città. La gente scava tra le macerie nel fetore dei cadaveri, sperando di trovare le proprie cose. Gli ospedali non hanno medicinali.
Lo stato indiano meridionale di Tamil Nadu ha avuto 3.600 morti, il ministro Jayaram Jayalalithaa ha definito la situazione «una calamità straordinaria di tali proporzioni colossali che il danno è senza precedenti». Le spiagge sembrano degli obitori all'aperto. Altri 3.000 morti nelle isole Andamane e Nicobar.
I turisti stranieri - almeno 170 le vittime, fra cui 13 italiani - stanno cercando di lasciare i Paesi. Scene di caos si sono verificate all'aeroporto di Phuket. Moltissimi i viaggiatori ancora isolati in zone troppo difficili da raggiungere.
Barbara Alighiero

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