Venerdì 14 Dicembre 2018 | 16:09

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Il Giappone simula lo tsunami, è possibile avvisare la popolazione

TOKYO - Tsunami è una parola giapponese per dire maremoto, e come tale oggi è stata al centro dell'attenzione di tutti i giornali e dei dibattiti dei mass media di Tokyo, e non solo.
In Giappone ci sono sei centri regionali che controllano continuamente i rischi dei maremoti. I centri sono collocati a Sapporo, Sendai, Tokyo, Osaka, Fukuoka e Naha. Questi centri sono connessi a un sistema sofisticatissimo di monitoraggio elettronico che trasmette segnali in continuazione. Grazie a questi apparecchi è possibile segnalare la formazione di uno tsunami, il suo grado di pericolosità e la stima del tempo d'impatto sulle coste. Le informazioni vengono rilanciate dai mass media, così che la popolazione residente nelle zone o nelle vicinanze del luogo sui cui si abbatterà lo tsunami è avvisata in tempo.
Resta da chiedersi se questa efficienza e capacità scientifica può veramente prevenire un disastro naturale a vasto raggio. A questo gli esperti giapponesi non rispondono ancora. Oggi intanto hanno inviato un gruppo di scienziati nella zona più vicina dell'epicentro di Sumatra.
I centri di ricerca più sofisticati dell'arcipelago giapponese hanno studiato e simulato il maremoto più devastante degli ultimi quarant'anni, giungendo alla conclusione che non una ma ben due onde tsunami hanno colpito da est e da ovest la faglia sottomarina da Sumatra fino al continente indiano generando onde gigantesche arrivate fino in Kenya e in Somalia, in Africa.

La simulazione è stata realizzata da Kenjii Satake, responsabile del centro di ricerca nazionale di Tsukuba che ha ricreato il sisma di magnitudo 9,0 Richter che ha provocato il maremoto abbattutosi su una delle zone più popolate del mondo.

«Queste due onde - ha spiegato l'esperto - sono state generate da un maremoto potentissimo avvenuto sulla faglia che si allunga per circa 1.000 chilometri da est ad ovest». Onde che per attraversare l'Oceano Indiano hanno impiegato solo due ore.
Era possibile prevenire il disastro? Si potevano avvisare gli abitanti e i turisti che una grossa onda li avrebbe sommersi in poco tempo? Risposta affermativa. Secondo gli esperti giapponesi si poteva informare o quanto meno segnalare l'arrivo di un grande maremoto. Ma, ad esempio in Indonesia, i mezzi di informazione e di monitoraggio secondo gli esperti giapponesi sono troppo arretrati. Anche le Nazioni Unite oggi a Ginevra hanno deplorato l'assenza di sistemi di allerta nei Paesi che si affacciano sull'Oceano Indiano, a differenza di quanto accade in quelli del bacino del Pacifico.
«L'Indonesia fa il possibile per prevedere i maremoti ma non ha i fondi necessari e si trova in una situazione simile a quella che il Giappone visse oltre 20 anni fa», ha detto Yuichi Morita, professore presso il centro di ricerca dell'Università di Tokyo.
Il Giappone convive con il fenomeno dello tsunami da sempre ed è ancora vivo il ricordo di quello devastante del 1960, quando un'onda gigantesca originata al largo del Cile arrivò, dopo aver travolto le isole Hawaii, fino alle coste del Paese del Sol Levante. Nel 1983 un'altra onda colpì la costa del Giappone e provocò la morte di 100 persone. Nel 1993 a seguito di un terremoto nel sud di Hokkaido uno tsunami colpì le isole di Okushiri e di Oshima, lasciando 229 morti.
Rafaela Scaglietta

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