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Come si generano gli tsunami

ROMA - Una gigantesca quantità d'acqua spostata dalla liberazione di una fortissima energia: cominciano così i terribili tsunami, le gigantesche onde come quella generata dal terremoto di magnitudo 8,9 che ha colpito oggi il Sud-Est asiatico e che ha raggiunto le coste provocando vittime e devastazione.
Oltre che dai terremoti, questi fenomeni possono essere generati anche da vulcani sottomarini, da esplosioni o dall'impatto di meteoriti. Il termine giapponese tsunami significa letteralmente «onda del porto», a indicare l'impatto violento di questi fenomeni sulle coste.
Nel caso di un terremoto, come è accaduto oggi, l'onda viene generata dalla spinta che avviene nel momento in cui la crosta terrestre si deforma progressivamente fino a fratturarsi. Le deformazioni che avvengono sul fondale creano perturbazioni nell'equilibrio dell'acqua finché l'energia liberata al momento della frattura non provoca l'onda. Una grande quantità d'acqua comincia così a spostarsi ad una velocità notevole, paragonabile a quella di un aereo di linea. Un fenomeno impressionante ma appena percettibile in mare aperto perché l'onda all'inizio è lunghissima: la sua lunghezza è centinaia di volte maggiore rispetto all'altezza e di conseguenza la pendenza dell'onda è quasi impercettibile.
Quando, però l'onda comincia ad avvicinarsi alla costa le cose cambiano. L'onda infatti rallenta non appena entra in acque basse e la sua energia può concentrasi fino a creare un vero e proprio muro d'acqua alto fino a 30 metri. L'impatto è devastante perché onde come queste hanno una capacità di erosione tale da cancellare in un attimo spiagge e vegetazione, distruggere le case e gli edifici che si trovano sulla costa e da provocare allagamenti fino a centinaia di metri nell'entroterra.
L'onda killer che ha seminato morte e distruzione nell'oceano indiano orientale è un caso classico di tsunami, ossia di un maremoto innescato da un potente evento sismico. L'espressione viene dal giapponese e precisamente dalla combinazione di due parole: tsu, porto e nami, onda.
Il Giappone è uno dei paesi più esposti in assoluto a questo tipo di evento e l'espressione tsunami, ossia Onda del Porto, sembra riferirsi in realtà a ciò che i marinai del Sol Levante sanno molto bene: in caso di maremoto il porto è uno dei posti meno sicuri per una nave, che deve invece cercare di portarsi il più rapidamente possibile in alto mare.
Quando un terremoto nelle profondità marine rilascia la sua energia nell'oceano si produce un fenomeno simile a quello generato da un sasso che viene lanciato in uno stagno: delle onde d'urto cioè che si allontanano circolarmente dal luogo dell'impatto. Nel caso dello Tsunami tuttavia la forza di queste onde d'urto si esaurisce presto in alcune direzioni, mentre si rafforza in altre, a seconda degli ostacoli che incontra e questo sembra essere ciò che è accaduto oggi con l'onda propagatasi dall'epicentro del terremoto verso alcune direzioni in particolare.
Lo tsunami è in realtà costituito da un treno di onde che viaggiano a migliaia di metri di profondità e a grande velocità: possono infatti raggiungere i 700 chilometri all'ora e, se non incontrano ostacoli, propagarsi con tutta la loro energia intatta per migliaia di chilometri. Queste onde d'urto non sono mai molto alte e le navi di una certa dimensione non ne sono colpite in modo particolare se si trovano in alto mare. Il problema nasce quando l'enorme energia dello tsunami viene convogliata dalla particolare conformazione di alcune coste (ad esempio quelle frastagliate e piene di insenature di alcuni arcipelaghi dell'Oceano Indiano come quello di Phuket), dai fondali bassi man mano che la costa s'avvicina o da altri ostacoli, magari artificiali come un grande porto. E' allora che l'onda, per scaricare la grande energia cinetica di cui è dotata, s'alza pere decine di metri, s'incanala con la forza di mille esplosioni tra isolotti, faraglioni, moli e quant'altro tenta d'ostacolarla, seminando una distruzione in tutto e per tutto uguale a un fortissimo terremoto.

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